Spese di sponsorizzazione: rileva la natura dilettantistica di chi riceve i soldi

Con l’ordinanza n. 7202 del 21 marzo 2017 la Corte di Cassazione ha affermato che le spese di sponsorizzazione (di fatto, in assenza di altra prova) sono deducibili solo da quando l’associazione sportiva beneficiaria è iscritta al CONI.
I principi espressi dalla Corte di Cassazione
Osserva, innanzitutto, la Corte che non rileva, ai fini dell’esclusione della presunzione di cui all’art. 90, c. 8, della legge n. 289/2002 (secondo cui il corrispettivo in denaro o in natura in favore di società, associazioni sportive dilettantistiche e fondazioni costituite da istituzioni scolastiche, nonche’ di associazioni sportive scolastiche che svolgono attività nei settori giovanili riconosciuta dalle Federazioni sportive nazionali o da enti di promozione sportiva costituisce, per il soggetto erogante, fino ad un importo annuo complessivamente non superiore a 200.000 euro, spesa di pubblicità, volta alla promozione dell’immagine o dei prodotti del soggetto erogante mediante una specifica attività del beneficiario, ai sensi dell’art. 74, c. 2, del TUIR) “l’iscrizione o meno alle rispettive federazioni delle società beneficiarie del corrispettivo in denaro erogato con le sponsorizzazioni, ma, per quanto qui interessa, la destinazione del contributo ad associazioni sportive o società che, secondo la citata norma, possano essere qualificate come ‘dilettantistiche’”.
La contestazione dell’Ufficio, nell’avviso di accertamento impugnato, riguardava il disconoscimento della deducibilità delle spese (destinazione del contributo ad associazioni sportive/società che secondo la norma sopra citata possono essere qualificate come dilettantistiche), e per la mancata iscrizione al Registro del CONI delle Società/Associazioni sportive dilettantistiche, di entrambe le società beneficiarie dei contributi erogati per l’anno 2007 dalla contribuente.
“Ora, se è vero che l’iscrizione presso detto registro è divenuta obbligatoria successivamente all’anno d’imposta cui si riferisce l’accertamento per le a.s.d. (associazioni sportive dilettantistiche) che vogliano essere riconosciute come tali ai fini fiscali, è altrettanto vero che il suddetto registro, in relazione a quanto previsto dall’art. 5, lett. c) e d) del d. lgs. n. 242/1999 sul riordino del CONI, risulta istituito sin dal 2005. A ciò consegue che la mancata iscrizione nel suddetto registro comporta il difetto di prova in capo alle beneficiarie dello status di società o associazione sportiva dilettantistica e quindi il difetto di prova in ordine ad uno dei requisiti in relazione ai quali il citato art. 90, comma 8, della L. n. 289/2002 consente, in via di presunzione legale assoluta, di ritenere applicabile ai contributi erogati, entro il limite sopra indicato, in favore di società o associazioni sportive dilettantistiche, la qualificazione di spese di pubblicità volta alla promozione dell’immagine o dei prodotti del soggetto erogante mediante una specifica attività del beneficiario”.
E pertanto, una volta esclusa la presunzione invocata dalla contribuente, “la sentenza impugnata ha fatto applicazione corretta applicazione in materia dei principi espressi da questa Corte secondo cui, ai fini della deducibilità dei costi come spese di pubblicità, è onere del contribuente provare il requisito dell’inerenza, consistente non solo nella giustificazione della congruità dei costi rispetto ai ricavi ed all’oggetto sociale, ma soprattutto nella prova che all’attività sponsorizzata sia riconducibile una diretta aspettativa di un ritorno commerciale per l’impresa erogante (cfr., più di recente, Cass. sez. 5, 16 settembre 2016, n. 18204; Cass. sez. 5, 23 marzo 2016, n. 5720; Cass. sez. 5, 30 dicembre 2014, n. 27842; Cass. sez. 5, 27 aprile 2012, n. 6548), ritenendo non provati i suddetti requisiti alla stregua della sola produzione del bilancio della contribuente relativo all’annualità in oggetto”.
Brevi note
In assenza dell’…

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