Accertamento induttivo ad attività commerciali e pubblici esercizi: linee di difesa

taverna,_la_piazzaAspetti generali

L’impianto presuntivo-inferenziale contraddistingue le numerose attività istruttorie in campo fiscale, riflettendosi sia negli atti e provvedimenti formati in ambito amministrativo, sia nelle attività più propriamente investigative, di polizia tributaria e giudiziaria, oltre che nel contenzioso tributario e nelle vicende processuali in ambito penale tributario.

Il codice civile distingue tra presunzioni semplici [liberamente apprezzabili dal giudice purché gravi, precise e concordanti] e presunzioni legali, queste ultime ulteriormente divise in assolute [non suscettibili di prova contraria] e relative [con possibilità di prova contraria].

Nel territorio un po’ insidioso delle norme fiscali sull’accertamento, in determinate situazioni si rende anche possibile l’utilizzo di presunzioni c.d. semplicissime, le quali, per quanto possano essere non gravi, né precise, né concordanti, devono tuttavia essere ancorate alla situazione puntuale del soggetto accertato. Rimangono infatti presunzioni, cioè procedimenti logici attraverso i quali deve essere possibile giungere da un fatto noto alla ricostruzione di un fatto ignoto.

Come si cercherà di porre in evidenza in questo contributo, l’attività accertativa – presuntiva degli uffici finanziari non è affatto indiscriminata ma deve svolgersi con estrema attenzione e cautela, sempre guardando alla specifica situazione del contribuente e rifuggendo dalla tentazione di ricorrere a metodologie «standardizzate».

L’accertamento analitico

L’accertamento fiscale alle imprese è in primissimo luogo concepito come analitico, dato che la fiscalità delle imprese discende dalla rappresentazione contabile dei fatti aziendali, cioè dal bilancio.

Il concetto di «analiticità» si coniuga a un tipo di istruttoria fondata sul puntuale riscontro tra gli elementi acquisiti direttamente e in modo completo dall’ufficio procedente e i dati risultanti dalla dichiarazione, a seguito della quale possa risultare con evidenza la fedeltà o l’infedeltà della rappresentazione fatta dal contribuente.

In realtà, più che stabilire una chiara modalità esecutiva [ciò che sembra invece affidato a una prassi variabile nel corso degli anni], le norme fiscali si limitano a stabilire dei poteri in capo all’amministrazione finanziaria [«per i redditi d’impresa… l’ufficio procede alla rettifica»; «l’ufficio… procede alla rettifica della dichiarazione annuale…»].

L’accertamento analitico, consistendo nel controllo puntuale della situazione reddituale ed economica delle imprese sulla base di riscontri ed evidenze dirette, è l’unica tipologia di rettifica che possa «fotografare» un’infedeltà conclamata del comportamento dichiarativo dei contribuenti. Nelle altre ipotesi [accertamento induttivo e analitico – induttivo], quella del fisco è sempre, più che una certezza, un’ipotesi dotata di diversi gradi di sostenibilità e credibilità.

Un’ipotesi che – e bene metterlo in evidenza – poggia su basi presuntive e può essere posta in discussione su basi ugualmente presuntive – da parte dei contribuenti – in sede di contenzioso tributario.

A ogni modo, atteso che le ricostruzioni extracontabili del fisco non possono in alcun modo avere pretese di «scientificità», ma solo – al massimo – produrre un’ipotesi sostenibile, va detto che, come si coglie dagli impianti motivazionali degli accertamenti, il riscontro del «vizio» dichiarativo / contabile del contribuente, che legittima il ricorso a metodologie induttive o analitico – induttive, è preliminare rispetto, appunto, alla ricostruzione presuntiva dei ricavi e del volume d’affari. È evidente che l’attività successiva dell’ufficio accertatore, da analizzare puntualmente, dovrà ritenersi legittima solamente se effettivamente il contribuente ha realizzato quelle omissioni e quei comportamenti [omissione, falsità, inesattezza…] che giustificano il ricorso…

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