Come cambia il concordato in continuità

Il concordato con continuità aziendale è disciplinato dall’articolo 186 bis della legge fallimentare e trova applicazione allorché il piano concordatario preveda la prosecuzione dell’attività d’impresa da parte del debitore, la cessione dell’azienda in esercizio ovvero il suo conferimento (sempre in esercizio) in una o più società anche di nuova costituzione.

La continuità non è contraddetta dalla liquidazione dei beni purché non funzionali all’esercizio dell’impresa.

La stessa norma aggiunge altri due requisiti elencati alle lettere a) e b) del secondo comma:

i) la predisposizione di un business plan indicante i costi e ricavi attesi dalla prosecuzione dell’attività di impresa e le risorse finanziarie necessarie con le relative modalità di copertura;

ii) la produzione di un’attestazione da parte di un professionista indipendente che dichiari che la prosecuzione dell’attività di impresa è funzionale al miglior soddisfacimento dei creditori.

Il concordato in continuità permette il conseguimento di importanti vantaggi alcuni dei quali indicati nello stesso articolo 186-bis, quali la moratoria di un anno per il pagamento dei crediti privilegiati e il divieto di risoluzione dei contratti in corso, mentre altri sono distribuiti nel corpo della legge fallimentare quali, ad esempio, la possibilità di pagare crediti anteriori al concordato, previsto dall’articolo 182 quinquies, o di sottrarsi all’obbligo (di recente introduzione) di rispettare la soglia minima del 20% da destinare ai creditori chirografari (articolo 160 u.c. come modificato dalla legge 6 agosto 2015 n 132)

Quest’ultima novità è destinata a vivacizzare il dibattito in ordine ai contenuti del concordato in continuità che sappiano distinguerlo da quello liquidatorio.

Dalla lettura dell’articolo 186 bis emergono due diverse ipotesi di continuità: una diretta o soggettiva, realizzata attraverso il permanere dell’impresa in capo all’imprenditore che la prosegue e la seconda, indiretta od oggettiva, che si realizza (secondo il dettato della legge) attraverso la cessione dell’azienda in esercizio a terzi o attraverso il suo conferimento (sempre in esercizio) in altra società, anche di nuova costituzione.

È evidente il grande passo in avanti rispetto al passato permesso dall’art 186 bis che recupera alla continuità anche situazioni che un tempo venivano trattate in termini liquidatori, ed infatti la cessione dell’azienda o il suo conferimento sembrano maggiormente compatibili con la finalità liquidatoria piuttosto che non con quella della continuità.

Al riguardo secondo una corrente di pensiero1 qualunque forma di continuità aziendale sarebbe compatibile con l’articolo 186 bis ovverosia tutte le ipotesi in cui l’esercizio dell’azienda continui indipendentemente dal soggetto che ne diviene titolare.

Secondo altri2 invece la continuità presuppone che l’attività sia in grado di sviluppare flussi in grado di pagare i debiti pregressi.

La scelta fra questi due filoni è guidata dall’insegnamento della Cassazione a SS.UU. n. 1521 del 2013 che ha enunciato il contenuto della causa concreta del concordato, rappresentato dall’obbiettivo del superamento della crisi aziendale capace di soddisfare i creditori anche in termini parziali purché non irrisori ed in tempi ragionevoli.

Calando la definizione testé riferita all’ipotesi di concordato in continuità si può convenire che la causa concreta è realizzata attraverso la prosecuzione dell’esercizio aziendale orientata al mantenimento degli elementi caratterizzanti l’attività d’impresa (indicati dall’articolo 2082 c.c. nella professionalità, economicità ed organizzazione) al fine della produzione di un reddito, indipendentemente dal soggetto che la realizza.

Ciò permette di separare la continuità aziendale di cui all’articolo 186 bis dalle altre forme di continuità che si propongono il più basso profilo della finalità liquidatoria caratterizzata dunque…

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