Il valore definito ai fini dell'imposta di registro non vale più come presunzione ai fini delle imposte dirette

La giurisprudenza, sia di merito che di legittimità, aveva fino ad oggi affermato l’idoneità del valore resosi definitivo ai fini dell’imposta di registro apresumere l’esistenza di un maggior corrispettivo e, pertanto, procedere alla rettifica della plusvalenza nell’ambito delle imposte sui redditi.
Ancora oggi la Commissione Tributaria Regionale della Toscana, con la sentenza n. 1622/16/15 del 28 settembre 2015 ha confermato tale impostazione, affermando però, erroneamente, che, a conferma di tale decisione, si poteva richiamare il fatto che la proposta di previsione normativa, che escludeva tale automatico effetto, non era poi stata tradotta in sede di approvazione del decreto legislativo, restando dunque a carico del contribuente l’onere di superare la presunzione di corrispondenza tra il valore di mercato e il prezzo.
La tesi contraria a tale presunzione, si basava in particolare sull’assunto che il presupposto impositivo ai fini dell’imposta di registro fosse in realtà del tutto diverso rispetto a quanto stabilito ai fini delle imposte sui redditi, laddove l’art. 51 del D.P.R. n. 131/1986 stabilisce che, ai fini dell’imposta di registro, la base imponibile è rappresentata dal valore venale in comune commercio, mentre, ai fini delle imposte sui redditi, l’art. 68 del Tuir stabilisce che la plusvalenza è costituita dalla differenza tra i corrispettivi percepiti nel periodo d’imposta ed il prezzo di acquisto o il costo di costruzione del bene ceduto, aumentato di ogni altro costo inerente al bene medesimo.
Considerata tale diversità di presupposti, la definizione di un accertamento ai fini dell’imposta di registro non avrebbe dunque dovuto avere automatica efficacia ai fini di un accertamento delle imposte sui redditi.
In realtà tale automatismo non c’era, essendo la presunzione, come delineata dalla giurisprudenza, comunque solo relativa ed ammettendosi la prova contraria.
Vero è però che tale prova contraria era molto difficile da dimostrare e per alcuni al limite della probatio diabolica.
A differenza però di quanto affermato dalla citata CTR, adesso la questione è stata in effetti risolta in via di interpretazione normativa.

Con il Decreto legislativo sull’internazionalizzazione delle imprese, n. 147 del 14 settembre 2015, appena entrato in vigore, infatti, è stato inserito, all’art. 5, una norma interpretativa degli artt. 58, 68 e 86 del TUIR, che prescrive che per le cessioni di immobili e di azienda, nonché per la costituzione ed il trasferimento di diritti reali sugli stessi, non è possibile presumere un corrispettivo maggiore soltanto sulla base del valore anche se dichiarato, accertato o definito ai fini dell’imposta di registro di cui al decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, ovvero delle imposte ipotecaria e catastale di cui al decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 347.
Il valore dichiarato o accertato ai fini del registro, dunque, non potrà più rappresentare un elemento sufficiente per giustificare, in mancanza di altri elementi o indizi, un accertamento ai fini delle imposte sui redditi.
In quanto norma di carattere procedurale, la norma dovrebbe inoltre avere effetti retroattivi.
L’Ufficio accertatore, pertanto, in sede di controllo della congruità e della dichiarazione della plusvalenza, di cui all’art. 86 del D.P.R. 917/86, dovrà ora acquisire più elementi, che possano determinare la presenza di presunzioni gravi, precise e concordanti, non essendo invece più sufficiente, per la rettifica della plusvalenza dichiarata dal contribuente, il valore resosi definitivo ai fini dell’imposta di registro.
Certo, la presunzione della corrispondenza tra valore definitivo ai fini del registro e prezzo di vendita effettivo resterà, anche considerato che, secondo logica comune e di mercato, il prezzo di cessione di un’azienda (o di un terreno) non dovrebbe discostarsi, se non in casi eccezionali e facilmente dimostrabili …

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