La presunzione di distribuzione di utili in nero ai soci nelle società di capitali a ristretta base proprietaria

di Roberto Pasquini

Pubblicato il 12 maggio 2014

quando il Fisco accerta maggiori utili contro società di capitali a ristretta base proprietaria spesso presume che i soci abbiano ricevuto dividendi in nero (a cura di Armando Mancuso)

Premessa

Sempre più spesso si assiste alla notificazione, da parte dell’Amministrazione Finanziaria, di atti di accertamento a carico di soci di società di capitali a ristretta base sociale, in cui vengono agli stessi imputati maggiori redditi (a titolo di reddito di capitale), attribuiti proporzionalmente alla partecipazione sociale posseduta, derivanti dalla presunta percezione di utili distribuiti extracontabilmente.

Tali recuperi seguono “pedissequamente” all’accertamento di maggiori ricavi nei confronti della società, anche senza che quest’ultimo accertamento si sia reso definitivo1 e, pertanto, senza la certezza che quei ricavi, a ben vedere, si siano effettivamente realizzati (prima di essere distribuiti presuntivamente ai soci come utili).

La Suprema Corte ammette pacificamente la legittimità di tale presunzione, sulla base del principio secondo cui “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, nel caso di società di capitali a ristretta base azionaria, in caso di accertamento di utili non contabilizzati, opera la presunzione di attribuzione pro quota ai soci degli utili stessi, salva la prova contraria e la dimostrazione che i maggiori ricavi sono stati accantonati o reinvestiti”2 .

 

Sulla gravità, precisione e concordanza della presunzione semplice di distribuzione di utili extracontabili, sul nesso inferenziale e sul divieto di doppia presunzione

Viene da chiedersi se la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili ai soci di ristretta base societaria, potendosi qualificare come semplice (a partire da Cass. trib. n. 16885/03 ; cfr., in merito, le recenti Cass. n. 238 del 9 gennaio 2014 ; idem, Cass. n. 27171/2013) sia in grado di per sé sola di integrare anche il requisito della gravità, precisione e concordanza richiesto dal c.c. (art. 2729) ai fini della sua ammissibilità.

In realtà, “a monte” è lecito dubitare della correttezza dello stesso ragionamento inferenziale, nel momento in cui si intende far derivare da un “fatto noto”, per induzione, un “fatto ignorato”.

Ai sensi dell’art. 2727 del c.c., difatti, “Le presunzioni sono le conseguenze che la legge o il giudice trae da un fatto noto per risalire a un fatto ignorato”.

Nel caso di specie l’Amministrazione Finanziaria pretende di desumere dal fatto che la compagine societaria sia limitata a pochi soci, magari legati da vincolo di parentela, l’ulteriore conseguenza che agli stessi soci vengano distribuiti extracontabilmente degli utili.

In proposito negli avvisi di accertamento (anche al fine di anticipare una possibile eccezione di parte, in ordine alla violazione del divieto di doppia presunzione) si legge sovente che

(…) nel caso il fatto noto non è costituito dalla sussistenza dei maggiori redditi accertati nei confronti della società, bensì dalla ristretta base sociale e dal vincolo di solidarietà e di reciproco controllo dei soci che normalmente caratterizza la gestione sociale”.

Occorre anzitutto interrogarsi sulla esistenza (e validità logico – giuridica) del nesso inferenziale, nel senso che la conseguenza che si vuole trarre dall’antefatto (la ristretta base sociale) non è necessariamente collegata con il postfatto (la effettiva realizzazione di utili).

Ossia, non è plausibile ritenere che la sola circostanza della ristretta base societaria possa anche far presumere realizzati necessariamente dei maggiori ricavi (poi distribuiti sotto forma di utili extracontabili ai soci).

E’ questa, difatti, solo una delle possibili situazioni che possono verificarsi nella realtà, ben potendo, invero, accadere qualcosa di assolutamente diverso, e cioè che la ristretta base societaria a causa di dissidi interni e/o di una gestione non accorta, ad esempio, possa non procedere affatto ad una distribuzione di utili ai soci (ed, a monte, ad una realizzazione di ricavi occulti), ma addirittura portare alla decozione e al fallimento dell’impresa.

Si tratta di due ipotesi altrettanto plausibili, di talchè non si vede perché necessariamente debba darsi preferenza all’una (realizzazione di maggiori ricavi, poi distribuiti extracontabilmente) piuttosto che all’altra (mala gestio, crisie fallimento).

In buona sostanza, è una forzatura logica, prima ancora che giuridica, quella di far discendere una conseguenza nefasta per i soci (recupero di maggiori imposte nei loro confronti) da una mera eventualità (realizzazione di maggiori ricavi da parte della società), tutta da provare.

Il punto debole del ragionamento inferenziale, cioè, è proprio il mancato accertamento della effettiva realizzazione di utili occulti, senza la prova della quale la presunzione stessa non potrebbe/dovrebbe operare.

L’esistenza (o meno) degli utili non può essere considerata assodata – fino alla definitività dell’accertamento in capo alla società - e, pertanto, non può evidentemente costituire il presupposto della fattispecie “distribuzione extracontabile di utili, presunta sulla base della ristretta compagine sociale”, né tantomeno la “ristretta compagine sociale” può da sola rappresentare una presunzione grave, precisa e concordante di realizzazione di utili occulti, in assenza di elementi esterni e/o probatori di riscontro.

Secondo la dottrina3 le presunzioni se