Le società in perdita sistematica escluse dagli inasprimenti fiscali previsti per le società di comodo

di Cosimo Turrisi

Pubblicato il 11 agosto 2012

anche se vi è una normativa similare, le società in perdita sistemica non sono soggette a tutte le penalizzazioni relative alle società considerate di comodo

Profilo giuridico

L’articolo 30 della legge 23 dicembre 1994 n.724 disciplina fiscalmente le cosiddette “società di comodo” disincentivando l’uso di strutture societarie utilizzate per conseguire un vantaggio fiscale rispetto alla tassazione ordinaria. La legislazione di contrasto presume, in proposito, un reddito minimo riconducibile agli assetti patrimoniali di tale struttura societaria, tramite specifici coefficienti di redditività applicati agli asset posseduti, nonché limitazioni al riporto delle pedite o all’utilizzo dei crediti iva.

Le società “di comodo” o “non operative”, sono quelle società, di persone o capitali, formalmente commerciali (costituite cioè nelle forme tipiche delle società in nome collettivo, a responsabilità limitata, per azioni o in accomandita per azioni), che, a prescindere dell’oggetto sociale dichiarato, vengono utilizzate al fine esclusivo di realizzare una mera gestione del patrimonio dei soci, non esercitando in realtà alcuna effettiva attività imprenditoriale o commerciale. Si tratta, quindi, di società che, in concreto, non svolgono attività di impresa, limitandosi ad una semplice gestione di immobili, di partecipazioni sociali o altri beni patrimoniali.

L’utilizzo dello strumento societario come “schermo” per nascondere l’effettivo proprietario di beni patrimoniali, avvalendosi delle più favorevoli norme dettate per la tassazione delle società (in particolare, per quanto riguarda l’imposizione sul reddito con aliquota proporzionale anziché progressiva e la deduzione analitica di determinate spese, pur in assenza di un’adeguata attività d’impresa) è contrastato dalla normativa tributaria. Alle società considerate di comodo viene, infatti, attribuito presuntivamente un reddito non inferiore alla somma degli importi derivanti dall’applicazione, al valore dei beni posseduti nell’esercizio, di appositi “coefficienti di redditività”. E’ delineata, in sostanza, una disciplina antielusiva o antievasiva, fondata sul presupposto che determinati beni del patrimonio societario (partecipazioni ed altre attività finanziarie, beni immobili e mobili registrati, crediti) sono in grado di produrre frutti, ossia reddito, e l’inserimento dei medesimi all’interno di un assetto societario rafforza la presunzione relativa di un loro impiego a scopi reddituali

Il decreto legge 13 agosto 2011 n. 138, all’articolo 2, commi da 36-decies a 36-duodecies, convertito, con modificazioni, nella legge 14 settembre 2011, n. 148 ha incluso nel perimetro delle società “non operative” anche quelle in perdita sistemica..

A seguito delle nuove disposizioni, le società di comodo di cui all’articolo 30 della legge 23 dicembre 1994, n. 724, si possono idealmente ripartire in due categorie: le “società non operative”, ossia le società che non superano il test di operatività previsto dal comma 1 del citato articolo 30, e le “società in perdita sistematica” che presentano tre periodi d’imposta in perdita ai sensi del citato comma 36-decies dell’articolo 2 .

Le società di capitali e di persone che, pur superando il test di operatività dei ricavi previsto per le società di comodo, evidenziano una perdita fiscale per tre esercizi consecutivi, oppure per due volte in perdita e una volta con un reddito inferiore al minimo, sono, infatti, considerate “non operative” nel periodo d’imposta successivo al triennio e devono dichiarare un imponibile, con Ires maggiorata al 38%, calcolato applicando determinate percentuali sugli elementi dell’attivo. In parallelo scaturisce il divieto di rimborso e di compensazione orizzontale dei crediti Iva, nonché le limitazioni all’utilizzo delle perdite pregresse, in ossequio a quanto previsto dalla disciplina delle “non operative”.

 

Individuazione delle società di comodo.

La media dei ricavi effettivi inferiore a quella dei “ricavi convenzionali” determina la condizione di non operatività e, conseguentemente, una tassazione di un reddito minimo presunto1. In applicazione dell'articolo 30, comma 1, della legge n. 724/1994, come modificato dall'articolo 1, comma 109, della legge finanziaria 2007, una società si considera non operativa quando non supera il test di operatività, e cioè quando l'ammontare complessivo dei ricavi, degli incrementi di rimanenze e proventi ordinari imputati a conto economico sia inferiore a quello dei ricavi figurativi, determinati mediante l'applicazione di alcuni coefficienti agli asset patrimoniali individuati dalla norma.

Nel calcolo dei "ricavi effettivi" occorre considerare i ricavi, gli incrementi di rimanenze e i proventi (esclusi quelli straordinari) come risultanti dal conto economico ed assunti sulla base delle risultanze medie dell'esercizio e dei due precedenti. Occorre riferirsi, ovviamente, alla composizione del bilancio di esercizio redatto in ossequio alle disposizioni civilistiche nonchè ai principi contabili.

Nel dettaglio occorre tener conto principalmente di:

A1) ricavi delle vendite e delle prestazioni;

A5) altri ricavi e proventi, con separata indicazione dei contributi in conto esercizio.

A2) variazioni delle rimanenze di prodotti in corso di lavorazione, semilavorati e finiti;

A3) variazioni dei lavori in corso su ordinazione;

B11) variazioni delle rimanenze di materie prime, sussidiarie, di c