La legittimità delle percentuali di ricarico

Con sentenza n. 4952 del 28 marzo 2012 (ud. 9 febbraio 2012) la Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo il comportamento dell’ufficio che ha applicato, in sede di accertamento, la percentuale di ricarico praticata dal contribuente in un anno diverso rispetto a quello accertato.
 
Il pensiero della Corte di Cassazione
La Corte rileva, innanzitutto, che già la CTR aveva ritenuto corretta la determinazione induttiva del reddito operata dall’Ufficio sulla base del costo del venduto nell’anno 2003 affermando di condividere i principi di cui alla sentenza di questa Corte n. 27008/2007.
Di seguito, la Corte fa propri i già affermati nella sentenza n. 5049 del 2 marzo 2011, secondo cui “In tema di accertamento delle imposte sui redditi, i principi di inerenza dei dati raccolti ad un determinato e specifico periodo di imposta e di effettività della capacità contributiva escludono la legittimità della “supposizione della costanza del reddito” in anni diversi da quello in cui è stata accertata la produzione, ma non precludono all’Amministrazione finanziaria di avvalersi, nell’accertamento del reddito (o del maggior reddito), di dati o notizie comunque raccolti, con la conseguenza che la percentuale di ricarico può essere legittimamente determinata con riferimento alla dichiarazione del contribuente relativa al periodo di imposta precedente, a fronte di un volume di vendite accertato sulla base di dati afferenti all’esercizio in corso. E ciò anche considerando che la CTR nulla motiva circa l’argomentazione sollevata dall’Agenzia con l’atto di appello circa la insussistenza tra il 2003 ed il 2006 di eventi significativi che potessero avere condizionato le scelte commerciali della ditta in ordine all’ammontare del ricarico”.
 
Brevi note
La sentenza della Corte di Cassazione, con chiarezza, tratteggia la problematica relativa alle percentuali di ricarico, legittimando l’applicazione del ricarico applicato dal contribuente in un anno diverso rispetto a quello accertato e comunque, l’utilizzo di tutti gli elementi di cui sia venuto in possesso (cfr. art. 37 del D.P.R. n. 600/73).
Da sempre, nelle piccole e medie imprese commerciali e artigiane e fra i lavoratori autonomi, l’unica vera forma di evasione è rappresentata dalla mancata contabilizzazione dei ricavi o compensi.
Se nei confronti delle grandi imprese è più facile imbattersi nell’elusione piuttosto che nell’evasione, nelle piccole e medie imprese – spesso – l’unica vera forma di sottrazione degli utili all’Erario è data dalla mancata contabilizzazione nelle scritture contabili dei corrispettivi incassati, che, spesso, pertanto, non lascia traccia.
Fino al 1973, l’accertamento nei confronti di questi soggetti avveniva sulla base della stima globale del volume d’affari, tenuto conto delle dimensioni, del numero dei dipendenti, di tutti quegli elementi che si suole chiamare “caratteristiche extracontabili “ .
Con la riforma fiscale del 1973 fondata sulla obbligatorietà delle scritture contabili – che ha imposto a tutti i contribuenti (senza distinguere la piccola impresa dalla grande azienda) tutta una serie di obblighi, la cui correttezza, almeno sul piano formale, costituiva un alibi, per impedire, o quanto meno, attenuare l’efficacia dei controlli indiretti – la ricostruzione indiretta ha segnato il passo.
L’esigenza di abbandonare il principio di analiticità a favore dei cd.controlli indiretti, sia pure per talune categorie di contribuenti, è stata comunque avvertita da lungo tempo nella maggior parte degli uffici finanziari.
Come è noto, con l’art. 62-sexies del D.L.30 agosto 1993, n.331, convertito con modificazioni nella L. 29.10.1993, n.427 è stata introdotta una importante disposizione, recante una modifica sostanziale all&rsquo…

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