Diniego antielusivo impugnabile

Il contribuente può impugnare il diniego antielusivo anche se tale atto non rientra tra quelli espressamente elencati nella norma di Legge.

diniego antielusivoIl contribuente può impugnare il diniego antielusivo anche se tale atto non rientra tra quelli elencati dall’art. 19 del d.lgs n. 546/1992, atteso che tale elenco può essere interpretato in modo estensivo.

Tale provvedimento, infatti, incide anche nell’immediato sulla sfera giuridica del contribuente il quale ha l’interesse a richiedere il controllo del giudice sulla legittimità dell’atto (Cassazione n. 425/2020).

 

Impugnabilità del diniego antielusivo: la vicenda

La società contribuente, esercente l’attività di gestione e locazione di posti barca presentava, a fini cautelativi, istanza di interpello disapplicativo ex art. 30 legge n. 724/1994, atteso che la stessa aveva introitato minori ricavi a seguito della locazione di uno solo dei due posti barca in precedenza stipulati; l’ufficio riteneva tale richiesta inammissibile.

La CTP accoglieva il ricorso della società mentre la Commissione tributaria di appello lo respingeva ritenendo il ricorso improcedibile, attesa la non impugnabilità dell’esito dell’interpello non ricompreso nell’elenco di cui all’art. 19 del D.Lgs n. 546/92.

Avverso tale decisione la società contribuente ha proposto ricorso per cassazione.

 

La normativa

L’interpello ordinario secondo la definizione contenuta nell’art. 11 del c.d. Statuto del contribuente (legge n. 212/2000) rappresenta una specifica istanza, con cui viene richiesto un parere circa l’interpretazione di una norma tributaria applicabile a un specifico caso concreto e personale.

La domanda può essere presentata solo se riguarda una norma la cui interpretazione sia obiettivamente incerta, su cui l’Amministrazione finanziaria non si sia già espressa mediante prassi amministrativa (circolare, risoluzione, istruzione, nota).

La risposta deve essere motivata ed è obbligatoria, atteso che il silenzio vale assenso per espressa previsione di legge.

Il parere, espresso o tacito, vincola l’amministrazione finanziaria, ma non il contribuente né il giudice.

Collegato in modo diretto all’interpello è l’istituto dell’autotutela tributaria che interessa naturalmente la parte pubblica (P.A.).

Esso rappresenta il potere-dovere di correggere o eliminare, su propria iniziativa o su istanza del soggetto, gli atti già posti in essere, che, tuttavia, possono risultare illegittimi o infondati ad un successivo esame.

Il potere di annullamento e di revoca o di rinuncia all’imposizione in caso di auto accertamento viene demandato all’ufficio finanziario che ha emanato l’atto illegittimo.

Occorre ricordare che l’art. 19 del D. lgs n. 546/1992 elenca tutti gli atti impugnabilità tra cui non è annoverato il diniego di sgravio, anche se la giurisprudenza di legittimità ha esteso l’elenco di cui trattasi includendovi alcuni atti (ad es.: estratto di ruolo) che per prassi consolidata è impugnabile dinanzi alle Commissioni tributarie.

 

Diniego antielusivo: il caso in esame

la Suprema Corte ha ritenuto che la risposta negativa dell’amministrazione finanziaria a un interpello disapplicativo è un atto impugnabile, anche se non ricompreso tra quelli elencati nell’art. 19 d lgs n. 546/1992.

Tale atto incide immediatamente sulla sfera giuridica del destinatario e, quindi, non può negarsi che il contribuente abbia l’interesse a chiedere il controllo giurisdizionale circa la legittimità dell’atto ai sensi dell’art. 100 Cpc.

La natura tassativa dell’elencazione degli atti impugnabili contenuta nel citato art. 19 non preclude la possibilità di impugnare anche altri atti con i quali l’Amministrazione porti a conoscenza del contribuente una pretesa tributaria ben individuata e, che, quindi, l’impugnazione di atti diversi sia da ritenere inammissibile.

Tale elenco è suscettibile di interpretazione estensiva, sia nel rispetto delle norme costituzionali di tutela del contribuente e di buon andamento della pubblica amministrazione, che a seguito dell’allargamento della…

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