Esistenza, inerenza e congruità dei costi vanno dimostrate dal contribuente

di Gianfranco Antico Massimo Genovesi

Pubblicato il 5 marzo 2019



L’onere della prova dell’esistenza, dell’inerenza e, ove contestata dall’Amministrazione finanziaria, della coerenza economica dei costi dedotti, spetta al contribuente, al quale non è sufficiente dimostrare la loro contabilizzazione, essendo necessario esibire una idonea documentazione dalla quale poter evincere la ragione e la coerenza economica degli stessi.

Esistenza, inerenza e congruità dei costi vanno dimostrate dal contribuenteL’onere della prova dell’esistenza, dell’inerenza e, ove contestata dall’Amministrazione finanziaria, della coerenza economica dei costi dedotti spetta al contribuente, al quale non è sufficiente dimostrare la loro contabilizzazione, essendo necessario esibire una idonea documentazione dalla quale poter evincere la ragione e la coerenza economica degli stessi.

Lo ha riaffermato la Quinta sezione della Suprema Corte nell’ordinanza n. 29329 del 14 novembre 2018.

 

L’ordinanza 29329 del 14/11/2018

L’Ufficio, con un avviso di accertamento relativo all’anno 2003, aveva “recuperato a tassazione” alcuni costi sostenuti da una società a responsabilità limitata, negandone la deducibilità in quanto ritenuti in parte non di competenza, in parte non inerenti ed in parte non documentati.

A seguito del giudizio di primo e secondo grado che avevano progressivamente “ridotto” la pretesa erariale, ricorreva per Cassazione l’ente impositore, lamentando il fatto che la sentenza dei giudici regionali aveva “omesso ogni motivazione sul fatto controverso e decisivo per il giudizio rappresentato dall'esistenza dei requisiti previsti dalla legge ai fini della deducibilità dei costi per le consulenze tecniche” ricevute, senza considerare le circostanze dedotte dall’Amministrazione finanziaria[1].

Con l’ordinanza in esame, i Supremi giudici hanno accolto il ricorso proposto dal momento che - a fronte delle specifiche doglianze evidenziate da parte ricorrente - i giudici di seconde cure avevano affermato “in maniera del tutto generica e tautologica che dagli atti risultava l'inerenza del costo e l'economicità delle prestazioni svolte, mentre privo di qualsiasi specificità - e pertanto inidoneo a costituire un'adeguata motivazione secondo la richiamata giurisprudenza - è il richiamo alle fasi da cui risulterebbe l'economicità” delle consulenze tecniche ricevute.

In quest’occasione, i giudici hanno ribadito agli operatori che costituisce specifico onere dei contribuenti provare l’esistenza, l’inerenza e - ove contestata dall’Amministrazione finanziaria - la coerenza economica dei costi deducibili. E per far questo non è sufficiente dimostrare la contabilizzazione degli stessi, essendo necessario la produzione di idonea documentazione contabile/fiscale dalla quale poter evincere l'esatto importo dei costi, la ragione e la coerenza economica degli stessi, pena il loro “recupero a tassazione” ove risultassero sproporzionati rispetto ai ricavi o all’oggetto dell’impresa.

 

Brevi riflessioni

L’inerenza costituisce un requisito fondamentale per la determinazione del reddito d’impresa e riguarda, in generale, l’esistenza di una correlazione tra i costi sostenuti e l’attività d’impresa esercitata[2]: i costi sono inerenti in quanto sono connessi all’attività d’impresa produttiva del reddito da tassare.

Se la dottrina e la giurisprudenza dominante hanno fatto discendere tradizionalmente tale nozione dall’art. 109, comma 5 del DPR n. 917/1986, due pronunciamenti della Suprema Corte dell’anno scorso (Ordinanza 450/2018 e Ordinanza 3170/2018) hanno sganciato tale concetto dalla previsione normativa, mettendo in evidenza che il principio di inerenza è “un principio generale inespresso, immanente alla nozione di reddito d'impresa”[3], e la valutazione dell'inerenza “deve essere apprezzata attraverso un giudizio qualitativo, scevro da riferimenti