Il pagamento del debito tributario come causa di non punibilità

pagamento del debito tributario come causa di non punibilitàIn tema di omesso versamento l’accordo con l’Amministrazione e la rimodulazione del debito tributario, scansionato nel tempo in corrispondenza ai termini di scadenza delle singole rate, comporta la costituzione di una nuova obbligazione, che viene a sostituirsi a quella preesistente secondo lo schema civilistico della novazione, che però resta priva di effetto nell’ambito penale e non interferisce sul profilo dell’esistenza del reato. Solo per effetto della espressa previsione normativa, infatti, il pagamento integrale del debito tributario è causa di non punibilità dell’omissione del versamento dell’imposta, che si è in ogni caso consumata alla data di scadenza per l’adempimento, laddove però la causa di non punibilità non incide sulla illiceità della condotta, rappresentando una causa sopravvenuta di esclusione della punibilità di un reato già consumato, del quale vengono eliminati solo gli effetti.

La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 48375 del 24/10/2018, ha chiarito quali sono i presupposti per godere della non punibilità grazie al pagamento del debito tributario in sede amministrativa.

Nel caso di specie, la Corte d’appello di Genova aveva assolto i contribuenti dal reato di cui all’art. 10-ter D.lgs 10 marzo 2000, n. 74, perché, nelle rispettive qualità di legale rappresentante e amministratore delegato della società, avevano omesso di versare all’erario, entro il termine per il versamento dell’acconto per il periodo successivo, l’IVA dovuta sulla base della dichiarazione annuale relativa all’anno 2011, per un ammontare di Euro 8.027.772,00, in quanto non punibili ex art. 13 Dlgs 10 marzo 2000, n. 74.

Dava atto la sentenza impugnata che, a seguito di rinvio del processo, su istanza dei difensori, per consentire agli imputati di completare i previsti pagamenti rateali del debito tributario, giusto accordo con l’Agenzia delle entrate, e, verificato l’integrale pagamento delle venti rate, gli imputati non erano punibili ai sensi dell’art. 13 del Dlgs n. 74 del 2000, stante l’estinzione del debito stesso.

Avverso la sentenza gli imputati presentavano ricorso e ne chiedevano l’annullamento, denunciando la violazione di legge in relazione all’art. 10- ter Dlgs 10 marzo 2000, n. 74 e sostenendo che l’accordo raggiunto tra i debitori e l’erario realizzava una novazione del debito, che, se concluso antecedentemente alla scadenza del termine per l’adempimento, determinava l’inapplicabilità della fattispecie di cui all’art. 10-ter Dlgs 10 marzo 2000, n. 74.

Secondo i ricorrenti, in virtù della conclusione dell’accordo tra contribuente e Amministrazione finanziaria per il pagamento rateale del debito, prima della scadenza del termine previsto dalla norma di legge, non si poteva infatti più ravvisare la condotta omissiva, né parlare di inadempimento, posto che il debito originario era stato sostituito da quello oggetto dell’accordo.

L’accordo novativo determinava pertanto un nuovo debito, non potendo più ritenersi sussistente una condotta omissiva penalmente sanzionata e aveva comunque come conseguenza l’assenza di lesione del bene giuridico protetto, essendo del resto contrario a diritto e logica ritenere che un soggetto possa essere sanzionato in sede penale per avere esercitato un diritto potestativo (quello di concludere un accordo per il pagamento del debito tributario con l’amministrazione finanziaria) riconosciuto da una norma extrapenale.

Secondo la Suprema Corte, il ricorso era infondato.

Secondo la prospettazione dei ricorrenti, incontestati i presupposti di fatto per l’applicazione della causa di non punibilità ex art. 13 del Dlgs 10 marzo 2000, n. 74, operata dalla corte territoriale, l’accordo raggiunto tra i debitori e l’erario realizzava però una vera e propria novazione del debito e, pertanto, se concluso antecedentemente alla scadenza del termine per l’adempimento, determinava l’inapplicabilità della fattispecie di cui all’art. 10- ter Dlgs 10 marzo 2000, n. 74, non…

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