Stabile organizzazione: la sola sede di direzione non basta

stabile organizzazioneL’esistenza in Italia di una sede di direzione della società contribuente non configura una stabile organizzazione della società ai sensi dell’art. 5 del modello di convenzione OCSE.

Sono queste, sinteticamente, le conclusioni raggiunte dalla Corte di Cassazione, nella sentenza n. 12237 del 18 maggio 2018.

I principi affermati

I massimi giudici – nella richiamata sentenza n. 12237/2018 – richiamano la precedente giurisprudenza di legittimità che ha chiarito che, in tema di I.V.A., la nozione di stabile organizzazione” di una società straniera in Italia va desunta “dall’art. 5 del Modello di convenzione Ocse contro la doppia imposizione e dal suo Commentario, con l’integrazione dei requisiti prescritti dall’art. 9 della Sesta direttiva Cee n. 77/388 del Consiglio del 17 maggio 1977 per l’individuazione di un centro di attività stabile. Quest’ultimo, così come definito dalla giurisprudenza europea, consiste in una struttura dotata di risorse materiali ed umane, e può essere costituito anche da un’entità dotata di personalità giuridica, alla quale la società straniera abbia affidato anche di fatto la cura di affari (con l’esclusione delle attività di carattere meramente preparatorio o ausiliario, quali la prestazione di consulenze o la fornitura di know how). La prova dello svolgimento di tale attività da parte del soggetto nazionale può essere ricavata, oltre che dagli elementi indicati dall’art. 5 del Modello di convenzione Ocse, anche da elementi indiziari, quali l’identità delle persone fisiche che agiscono per l’impresa straniera e per quella nazionale, ovvero la partecipazione a trattative o alla stipulazione di contratti, indipendentemente dal conferimento di poteri di rappresentanza (Cassazione civile, sez. trib., 15/02/2008, n. 3889)”.

Pertanto, in materia di IVA, per la definizione di “stabile organizzazione” occorre riportarsi al concetto di “centro di attività stabile, cui fa riferimento la sesta direttiva, n. 77/388/CEE, art. 9, comma 1, come interpretata dalla giurisprudenza della Corte di giustizia.

Ebbene, secondo il consolidato orientamento della Corte di giustizia, “per poter essere considerato un centro di attività cui si riferiscono le cessioni di beni o le prestazioni di servizi di un soggetto passivo, è necessario che tale centro di attività presenti un grado sufficiente di stabilità e una struttura idonea, sul piano del corredo umano e tecnico, a rendere possibili in modo autonomo le operazioni di cui trattasi” (Corte di giustizia, sent. 6 febbraio 2014, in causa C-323/12, E.ON Global Commodities SE, che richiama le sentenze del 17 luglio 1997, ARO Lease, C 190/95, Racc. pag. 1 4383, punto 16, e del 7 maggio 1998, Lease Plan, C 390/96, Racc. pag. 1 2553, punto 24; v. anche, Cass. n. 3570 del 2003), mentre non costituisce “un centro di attività stabile un’istallazione fissa utilizzata al solo fine di effettuare, per conto dell’impresa, attività di carattere preparatorio o ausiliario quali l’assunzione del personale o l’acquisto dei mezzi tecnici necessari allo svolgimento delle attività dell’impresa” (Corte di giustizia, sent. 28 giugno 2007, in causa C-73/06, Planzer Luxembourg Sarl, punto 56).

Alla luce di tali considerazioni, il massimo organo di legittimità non ritiene condivisibile l’assunto dell’Ufficio, “secondo cui l’esistenza in Italia di una sede di direzione della società contribuente varrebbe a configurare una stabile organizzazione della società ai sensi dell’art. 5 del modello di convenzione OCSE. Invero, nel caso concreto in esame, i giudici di merito, valutando sul piano sostanziale le circostanze di fatto, hanno legittimamente ritenuto, con motivazione congrua ed immune da vizi di logicità, che la sussistenza in Italia di un sede di direzione del Consorzio non costituisce circostanza idonea ad integrare il presupposto – la stabile organizzazione del territorio dello Stato – necessario per l’imponibilità, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art….

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