Presunzione di distribuzione di utili extracontabili in srl a ristretta base azionaria

L’accertamento tributario nei confronti di una società di capitali a ristretta base societaria costituisce un indispensabile antecedente logico-giuridico dell’accertamento nei confronti dei soci. Non ricorrendo, come per le società di persone, un’ipotesi di litisconsorzio necessario, quello relativo al maggior reddito accertato in capo al socio deve essere sospeso. E questo a prescindere dal carattere definitivo dell’accertamento nei confronti dell’ente. I due giudizi mantengono comunque carattere indipendente, con la conseguenza che il socio conserva la facoltà di contestare la presunzione di distribuzione di maggiori utili e la validità dell’accertamento, a carico della società.

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 16246 del 20/06/2018, ha chiarito quando si applica la presunzione di distribuzione di utili extracontabili a favore dei soci di una società a ristretta base societaria.

Nel caso di specie, la Commissione Tributaria Regionale della Campania accoglieva parzialmente l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate, ritenendo legittimo l’avviso di accertamento emesso a carico del socio per il recupero a tassazione, ai fini Irpef, per l’anno di imposta 2004, del maggior reddito determinato a seguito di rettifica di quello dichiarato dalla Srl, partecipata dalla contribuente per la quota del 50%.

In particolare, la CTR, ritenendo valida la presunzione di distribuzione al socio degli utili prodotti dalla società di capitali a ristretta base sociale nella misura di euro 17.541,78, accertata in separato giudizio con altra sentenza (non passata in giudicato) della stessa Commissione, quantificava, pro quota, il reddito di partecipazione del socio ad euro 8.770,89, oltre sanzioni.

Avverso tale decisione il socio proponeva ricorso per cassazione, deducendo la violazione dell’art. 45 (già 42) del d.P.R. n. 917/86, nonché degli artt. 2697, 2727 e 2729 cod. civ. ed insufficiente ed illogica motivazione della sentenza, rilevando che nel proprio atto di costituzione dinanzi al Giudice di appello aveva, tra l’altro, evidenziato che l’accertamento effettuato nei confronti della società, a seguito del quale si presumeva un maggior reddito del socio, non si basava su eventuali ricavi non contabilizzati, ma su un diverso criterio di imputazione di una plusvalenza, nonché sul recupero di interessi, ritenuti non inerenti.

Lamentava, quindi, che la CTR, nel ritenere legittima la presunzione di distribuzione degli utili, aveva omesso ogni esame in ordine alla natura del reddito accertato nei confronti della società, ignorando le controdeduzioni svolte dal contribuente.

Con un secondo motivo la ricorrente denunciava poi violazione dell’art. 67 del d.P.R. n. 600/73, per non avere la CTR tenuto conto che, ritenendo legittimo l’operato dell’Ufficio, si consentiva che un medesimo (presunto) reddito venisse assoggettato ad una duplice tassazione, posto che esso veniva tassato sia nei confronti della società e sia nei confronti del socio.

Con un terzo motivo, infine, la contribuente denunciava la violazione dell’art. 45 (già 42) del d.P.R. n. 917/86, sottolineando che la CTR non aveva considerato che l’utile dichiarato dalla società non era stato distribuito tra i soci, ma era stato accantonato, come comprovato dalla documentazione allegata al ricorso introduttivo.

Con il controricorso e ricorso incidentale l’Agenzia delle Entrate deduceva a sua volta violazione dell’art. 2909 c.c, facendo rilevare che la CTR aveva emesso, oltre a quella impugnata, altre due pronunce, nella medesima data, nei confronti della società, in relazione all’avviso di accertamento ai fini Ires e Irap per l’annualità 2004, e nei confronti dell’altro socio, in relazione all’avviso di accertamento ai fini Irpef 2004, pronunce che erano state impugnate dall’Ufficio con ricorso per cassazione.

La CTR aveva quindi erroneamente rideterminato il reddito del socio sulla base del semplice presupposto che il reddito della società era stato…

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