Il finanziamento infruttifero non determina interessi tassabili

Il finanziamento infruttifero dalla controllante ad una sua controllata non integra, di per sé, una condotta illecita, né una fattispecie simulatoria, o una condotta di tipo elusivo inquadrabile nell’abuso del diritto. Se, infatti, l’operazione di finanziamento non produce reddito tassabile, viene meno anche lo stesso elemento costitutivo della fattispecie abusiva dell’indebito risparmio fiscale. La natura infruttifera del finanziamento esclude pertanto qualsiasi incidenza sulla produzione del reddito, e la sussistenza di un reddito, per interessi, ritraibile dal finanziamento stesso.
La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 19605 del 24/07/2018, ha chiarito quali sono i presupposti di tassazione, in caso di eventuale contestazione della mancata imputazione di interessi attivi, in caso di finanziamento a titolo gratuito.
Nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate ricorreva per la cassazione della sentenza con cui la Commissione Tributaria Regionale del Veneto aveva parzialmente accolto l’appello della società contribuente, operante nel settore della commercializzazione dei prodotti assicurativi.
L’Amministrazione finanziaria denunciava la violazione e falsa applicazione art. 1282 c.c., e degli artt. 56 e 75 D.P.R. 917/86, non avendo la CTR rilevato un componente positivo di base imponibile IRPEG, pari agli interessi legali maturati, nell’anno di imposta, sul credito certo liquido ed esigibile, non incassato, originato da storni di provvigioni anticipate ad altra società controllata.
Il ricorso, secondo la Suprema Corte, era infondato.
I giudici di legittimità ricordano, innanzitutto, che, nella specie, la contestazione dell’Agenzia, così come formulata nell’avviso di accertamento, si fondava sul fatto che il credito era originato da storni di anticipazioni di denaro effettivamente versato alla controllata nell’esercizio precedente, configurandosi, pertanto, gli estremi della fattispecie negoziale del finanziamento.
Non essendo prevista la corresponsione di alcun interesse attivo, secondo l’Ufficio, il finanziamento della controllante risultava però a costo zero, in violazione dell’art.56 Tuir e contro ogni logica d’impresa.
La stessa società, tra l’altro, nell’esercizio successivo, aveva poi computato, sullo stesso finanziamento, gli interessi attivi dovutile, confermando così, secondo l’Amministrazione, con il suo comportamento concludente, la fruttuosità del finanziamento.
Concorrendo quindi gli interessi a formare il reddito d’impresa per l’ammontare maturato nell’esercizio, anche se non imputati al conto dei profitti e delle perdite, secondo la tesi erariale, si determinavano interessi attivi non contabilizzati al tasso legale vigente.
Le ragioni della (originaria) pretesa dell’Amministrazione, evidenzia la Corte, andavano ricercate nella mancata contabilizzazione, da parte della contribuente, di interessi attivi in relazione al finanziamento concesso in favore della controllata, laddove però, come il contribuente non può introdurre nuove causae petendi della domanda di annullamento dell’atto impositivo, così anche l’Amministrazione non può mutare i termini della contestazione, deducendo motivi e circostanze di fatto diversi da quelli contenuti nell’avviso di accertamento, come avvenuto nel caso di specie, avendo l’Agenzia fondato ora la propria pretesa sulla mancata contabilizzazione di interessi corrispettivi di credito certo, liquido ed esigibile, giusto il disposto di cui all’art. 1282 c.c. e degli artt. 56 e 75 TUIR, vigenti ratione temporis.
La disciplina ora invocata, afferma la Corte, costituiva infatti una fattispecie normativa diversa, in base alla quale non si attribuiva alcun rilievo alla stipula di un contratto di finanziamento, ma si poneva invece che dal «cattivo esito della polizza … sorgeva esigibile il diritto … a riavere indietro le somme pagate a titolo di provvigione», su cui dunque, secondo la nuova prospettazione dell’Ufficio, erano maturati interessi legali…

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