Disciplina in tema di finanziamenti infruttiferi

I finanziamenti infruttiferi devono ritenersi sforniti del requisito della certezza laddove non risultino adottate le relative delibere assembleari. L’effettività di un finanziamento infruttifero non può desumersi esclusivamente dalla capacità di spesa e dalla disponibilità di liquidità in capo al socio. E’ necessaria la prova scritta per dimostrare l’esistenza del prestito, non potendosi conferire valore di prova ad un elemento quale la disponibilità economica dei soci, che di per sé non ha i requisiti di gravità, precisione e concordanza

I finanziamenti infruttiferi devono ritenersi sforniti del requisito della certezza laddove non risultino adottate le relative delibere assembleari. L’effettività di un finanziamento infruttifero non può desumersi esclusivamente dalla capacità di spesa e dalla disponibilità di liquidità in capo al socio. E’ necessaria la prova scritta per dimostrare l’esistenza del prestito, non potendosi conferire valore di prova ad un elemento quale la disponibilità economica dei soci, che di per sé non ha i requisiti di gravità, precisione e concordanza.

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 10228 del 27/04/2018, ha risolto un interessante controversia in tema di finanziamenti infruttiferi da parte dei soci.

Nella specie la società contribuente impugnava l’avviso di accertamento relativo ad Ires ed Irap per l’anno 2004, con il quale l’ufficio recuperava a tassazione la somma di euro 160.000, iscritta a passivo in quanto finanziamento infruttifero da parte dei soci, ritenendo l’iscrizione sfornita di prova.

La Commissione Tributaria Provinciale accoglieva il ricorso e la Commissione Tributaria Regionale rigettava l’appello dell’ufficio, il quale ricorreva infine in Cassazione, deducendo, tra le altre, violazione degli artt. 2214, 2697 e 2709 c.c., omessa o comunque insufficiente ed illogica motivazione.

Trattandosi di una voce passiva, infatti, secondo l’Amministrazione ricorrente, la sentenza avrebbe dovuto riconoscere che era onere del contribuente dimostrarne la fondatezza, e, in ogni caso, la sentenza aveva trascurato il fatto che tali presunti finanziamenti erano sforniti di delibera assembleare e di documentazione scritta.

L’ufficio contestava poi, in sostanza, che la CTR per ritenere provati i prestiti infruttiferi si era basata solo sul fatto che i soci avessero disponibilità economica.

Il ricorso, secondo la Suprema Corte, era fondato.

Evidenziano infatti i giudici di legittimità che la sentenza della CTR aveva ritenuto che la somma oggetto di recupero fiscale, iscritta a bilancio come “finanziamento infruttifero dei soci“, potesse in effetti ritenersi tale, affermando che non era risolutivo il fatto che i finanziamenti non fossero stati deliberati da apposita assemblea e che non sussistesse alcuna documentazione che provava l’obbligazione.

Riteneva, infatti, il giudice d’appello che la particolare composizione della compagine sociale giustificava comunque dei rapporti, per così dire, più informali anche in tale tipo di operazioni, e che precedenti operazioni economiche e finanziarie dei soci, poste in essere negli anni anteriori, rendevano verosimile che gli stessi, avendone ritratto utilità economica, avessero finanziato la società.

La Corte sottolinea però, a tal proposito, di aver già ritenuto, anche in recenti decisioni (Sez. 5, n. 25578 del 2017), un finanziamento infruttifero esposto in bilancio sfornito del requisito della certezza, sia perché non risultava adottata la relativa delibera assembleare, sia perché il finanziamento contabilizzato non risultava essere stato impiegato in occasione della copertura di perdite o debiti della società, giustificandone così il recupero da parte dell’Ufficio.

L’effettività di un finanziamento infruttifero non può infatti desumersi esclusivamente dalla capacità di spesa e dalla disponibilità di liquidità in capo al socio, dovendosi concludere che i finanziamenti infruttiferi dei soci, laddove ingiustificati, possono essere considerati ricavi in nero (cfr. Sez. 5, n. 14066 del 2017).

Il fatto che la capacità di spesa dei soci negli anni oggetto di accertamento fosse tale da poter giustificare quanto rilevato dai verbalizzanti a titolo di finanziamento, appariva pertanto assolutamente insufficiente, non potendosi di per sé desumere l’effettività di un finanziamento infruttifero solo dalla affermata, capacità di spesa (e quindi da un fatto solo potenzialmente idoneo allo stesso), e non bastando la asserita disponibilità di liquidità…

Contenuto disponibile esclusivamente agli utenti abbonati
Per continuare a leggere il contenuto di questo articolo è necessario essere abbonati. Se sei già un nostro abbonato, effettua il login attraverso il modulo di autenticazione posto in cima alla pagina. Se non sei abbonato o ti è scaduto l'abbonamento, che aspetti?
Condividi:
Maggioli ADV
Gruppo Maggioli
www.maggioli.it
Per la tua pubblicità sui nostri Media:
maggioliadv@maggioli.it www.maggioliadv.it