Bancarotta fraudolenta: il prelievo delle somme dalle casse sociali

Con la sentenza n. 30105 del 4 luglio 2018, la terza sezione della Cassazione penale ha confermato che:

integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione la condotta dell’amministratore che prelevi somme dalle casse sociali, a titolo di pagamento di competenze, solo genericamente indicate nello statuto, in quanto la previsione di cui all’art. 2389 c.c. stabilisce che la misura del compenso degli amministratori di società di capitali sia determinata con delibera assembleare” (ex multis Sez. 5, n. 50836 del 3 novembre 2016; Sez. 5, n. 11405/15 del 12 giugno 2014).

Pertanto, è corretta la posizione assunta dalla Corte territoriale, che “ha evocato l’illiquidità del credito che il ricorrente ha opposto a giustificazione dell’impossessamento delle somme incassate per conto della fallita. Invero anche laddove effettivamente dovuta, la retribuzione dell’amministratore deve essere certa non solo nell’an, ma altresì nel quantum, mentre la liquidazione della sua entità non è rimessa allo stesso percettore, bensì, per l’appunto, o allo statuto o all’organo assembleare. Condizioni che nel caso di specie non ricorrono, atteso che non risulta alcuna deliberazione di quest’ultimo – né il ricorso ha sostenuto che la stessa esista – ovvero che lo statuto prevedesse l’ammontare del compenso, che infatti il ricorrente calcola in maniera del tutto astratta e sommaria, rivelando come, a tutto concedere, l’imputato avrebbe provveduto ad una indebita “autoliquidazione” dei suoi compensi, del tutto ingiustificabile, anche solo agli eventuali fini di una derubricazione del fatto nella meno grave fattispecie di bancarotta preferenziale. E’ infatti necessario ricordare come questa Corte abbia precisato che commette, per l’appunto, il reato di bancarotta per distrazione e non quello di bancarotta preferenziale l’amministratore di una società di capitali che preleva dalle casse sociali somme asseritamente corrispondenti a crediti da lui vantati per il lavoro prestato nell’interesse della società, senza l’indicazione di dati ed elementi di confronto che ne consentano un’adeguata valutazione, quali, ad esempio, gli impegni orari osservati, gli emolumenti riconosciuti a precedenti amministratori o a quelli di società del medesimo settore, i risultati raggiunti” (Sez. 5, n. 49509 del 19 luglio 2017).

Inoltre, è stata ritenuta manifestamente infondata l’obiezione per cuialcune delle distrazioni avrebbero compensato crediti vantati dall’imputato nei confronti della fallita per pagamenti effettuati e che pertanto, in parte qua, si verserebbe nell’ipotesi della bancarotta riparata. Anche a prescindere dal fatto che la sentenza impugnata ha contestato che tali pagamenti o versamenti (la cui entità ammonterebbe comunque ad una minima parte della somma complessivamente distratta) siano effettivamente avvenuti, è appena il caso o di evidenziare come la bancarotta riparata è fattispecie diametralmente opposta a quella configuratasi, posto che la stessa presuppone la restituzione di quanto illecitamente sottratto e non già la sottrazione a compensazione di un eventuale debito gravante sul patrimonio societario”.

Brevi note

La sentenza che si annota appare particolarmente interessante, investendo il rapporto tra amministratori e società.

Ricordiamo che la quinta sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16111 depositata il 30 marzo 2017, ha ritenuto responsabile del più grave reato di bancarotta fraudolenta per distrazione e non di bancarotta preferenziale, l’amministratore unico di società che, pur in presenza di una regolare delibera in materia di compensi, effettui prelevamenti dalle casse sociali, provvedendo a determinare e a liquidare in proprio favore tali somme come compenso per l’attività svolta, senza nemmeno indicarne il titolo giustificativo e per di più in epoca di grave dissesto per la società[1].

Rileva la Corte cheil compenso agli amministratori è stato…

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