L’iscrizione in bilancio dei bitcoin

All’indomani della costituzione della prima Srl con capitale sociale sottoscritto e versato in bitcoin, ci si pone il dubbio di come iscrivere in bilancio la criptovaluta conferita.
Ci si chiede, infatti, quale sia la corretta modalità di iscrizione in bilancio degli strumenti finanziari innovativi in questione e che effetti questi possano produrre nella vita dell’impresa.
A dire il vero il problema finora era stato solo rimandato; si pensi, infatti, che già nel 2015 era stata omologata in Italia la costituzione di una Srl con capitale conferito pari a 45 bitcoin che, all’epoca, avevano un controvalore di poco superiore ai 10 mila euro.
In quel momento il conferimento fu ritenuto effettuato in natura ai sensi dell’articolo 2465 del Codice Civile, il quale non presuppone il richiamo a posteriori da parte degli amministratori della stima effettuata in sede di conferimento.
Ora, se fino ad oggi il problema risultava abbastanza marginale, tanto da non sollevare alcuna perplessità, allo stato attuale non appare prudente continuare ad avere questo atteggiamento, tanto più che la finanza internazionale ha cominciato a negoziare contratti derivati indicizzati al loro andamento sul mercato, attribuendone di conseguenza una certa autorevolezza.
Ad amplificare la portata della questione vi è il forte incremento, specialmente nel mondo dell’e-commerce, delle transazioni commerciali concluse con criptovalute.
Inutile dire quanto venga sottovalutata, in tale ambito, la problematica connessa alla normativa sull’antiriciclaggio e alla prova dell’avvenuto pagamento; d’altro canto è ineluttabile come questa forma di “credito informatico” assuma maggiore valore all’aumentare dei soggetti disposti a scambiarlo con i propri beni e servizi.
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Così stando le cose, diventa inevitabile considerare l’ingresso delle criptovalute nella vita dell’impresa oramai questione in via di consolidamento e, di conseguenza, si pongono problemi valutativi e di allocazione in bilancio soprattutto in considerazione del fatto che:
1. si tratta di un credito informatico assimilabile a una funzione algoritmica, contenuta in un database e, per qualche strano motivo, finito sui mercati finanziari;
2. non può essere ritenuto uno strumento finanziario puro, almeno finché non lo si riconoscerà come tale;
3. non è assimilabile a un bene che produca una qualche forma di utilità pluriennale e, dunque, neanche riconducibile ad una immobilizzazione immateriale atipica.
Di conseguenza, l’unica soluzione possibile pare quella dell’apposizione del controvalore della criptovaluta nell’attivo circolante dello Stato Patrimoniale; il problema non è però risolto: stiamo, infatti, parlando di un bene, di un credito o di una valuta?
In termini applicativi il dubbio non pare trovare soluzione perché, nonostante siamo abituati ad assimilare la criptovaluta alla valuta, in realtà questa “entità” non trova regolamentazione in nessun apparato giuridico.
Sembrerebbe pertanto ardito iscrivere tale posta tra le disponibilità liquide – C) IV dello Stato Patrimoniale; ciò anche in considerazione del fatto che – ad oggi – la conversione valutaria è possibile solo in casi limitati e su piattaforme, che, se pur non normate, vanno diffondendosi.
Per lo stesso motivo non è ipotizzabile l’iscrizione tra le attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni – C) III.
In conclusione, l’unica via percorribile (nel rispetto dei postulati di bilancio) sembrerebbe quella di considerare le criptovalute alla stregua di un credito perché, in ossequio al principio della “prevalenza della sostanza sulla forma” …

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