La disciplina dei depositi IVA

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 26499 del 21.12.2016, ha chiarito alcuni rilevanti aspetti in tema di disciplina fiscale dei depositi Iva, peraltro ora oggetto di importanti modifiche ad opera della Legge di Bilancio 2017.
Nel caso di specie la CTR della Campania accoglieva l’appello dell’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della CTP di Napoli, che aveva accolto il ricorso avverso l’avviso di accertamento con cui l’Amministrazione finanziaria, sulla scorta delle risultanze di un processo verbale di constatazione redatto dalla GdF, da cui era emerso l’indebito utilizzo di un deposito fiscale, aveva recuperato a tassazione l’IVA indebitamente detratta dalla società contribuente in relazione alle fatture emesse per spese di magazzinaggio dalla società che gestiva il deposito IVA ed alle autofatture emesse dalla società contribuente a seguito dell’estrazione dal predetto deposito delle merci di provenienza extracomunitaria.
Il giudice di appello faceva in particolare leva sulla prova offerta dall’amministrazione in ordine alla mancata introduzione fisica delle merci nel deposito, basata, in fatto, sulle dichiarazioni rese alla polizia tributaria da chi la trasportava e, in diritto, sulla considerazione che il differimento dell’obbligo di corrispondere l’IVA, correlato all’introduzione della merce nel deposito, implicava sempre che l’introduzione fosse comunque un’introduzione fisica ed effettiva.
Avverso tale statuizione la società contribuente proponeva infine ricorso per cassazione
Deduce, tra le altre, la violazione e falsa applicazione degli art. 50 bis D. L. n. 331 del 1993, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 427 del 1993, e 16, comma 5-bis, D. L. n. 185 del 2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 2 del 2009.
Premessa infatti la differenza tra deposito doganale e deposito IVA, e precisato che in tali depositi può essere introdotto soltanto merce nazionale o estera, che sia stata però “immessa in libera pratica” a seguito dell’assolvimento del dazio doganale, la società ricorrente sosteneva che il giudice di appello aveva errato nel ritenere necessaria l’introduzione fisica della merce nel deposito IVA, anche alla stregua dello ius superveniens (L. n. 2 del 2009 cit.), sollecitando altresì una riconsiderazione del principio espresso dalla stessa Corte nella sentenza n. 12262 del 2010 e fatto proprio dalla CTR, sul rilievo che, in ogni caso, il beneficio che derivava dalla mancata introduzione della merce nel deposito IVA non consentiva <salti di imposta> ma soltanto la mera sospensione del pagamento dell’IVA nelle more della consegna della merce ai terzi acquirenti.
Secondo la Suprema Corte il motivo di impugnazione era fondato.
Osservano infatti i giudici di legittimità che con l’atto impositivo l’Agenzia delle entrate mirava a recuperare l’IVA all’importazione, a seguito di disconoscimento della detrazione operata dalla società contribuente mediante autofatturazione al momento dell’estrazione della merce da un deposito fiscale ritenuto “virtuale”, perché illecitamente gestito da altra società, che non introduceva “fisicamente” le merci nel predetto deposito.
Sottolinea però la Corte che i depositi IVA sono luoghi fisici situati nel territorio dello Stato italiano, non doganali (se riferiti a beni già immessi in libera pratica), che consentono di differire l’assolvimento dell’IVA all’importazione con il meccanismo dell’inversione contabile (c.d. reverse charge) al momento in cui le merci, ivi introdotte e già immesse in libera pratica, saranno estratte per essere commercializzate nel territorio nazionale (c.d. immissione al consumo).
Non vanno quindi confusi con i depositi doganali (di beni nazionali o comunitari introducibili in base alle disposizioni doganali) ed i depositi fiscali (di beni soggetti ad accisa), considerata anche la specifica finalità dei depositi IVA disciplinati dal citato art. 50 bis, che è quella di evitare che ai beni comunitari …

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