Esportatori abituali: i rischi di accertamento induttivo

 

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25704 del 14.12.2016, ha chiarito alcuni rilevanti aspetti in tema di accertamento induttivo a carico di esportatori abituali.

Nel caso di specie l’Agenzia delle entrate impugnava la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, con la quale, previa riunione e rigettando gli appelli dell’Ufficio, era stato confermato l’annullamento degli avvisi di accertamento, emessi ai sensi dell’art.55 del DPR n.633/1972 per mancata presentazione della dichiarazione IVA annuale.

Il giudice di appello affermava che, una volta verificatosi il presupposto per procedere all’accertamento induttivo (omessa presentazione della dichiarazione annuale), l’Amministrazione avrebbe comunque dovuto procedere sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a conoscenza dell’Ufficio e, quindi, tenere conto della qualifica di esportatore abituale in capo alla società contribuente, qualifica risultante dagli atti a disposizione dell’Ufficio, e non limitarsi ad effettuare dei conteggi astratti ed avulsi dalla fattispecie esaminata.

L’Amministrazione deduceva quindi violazione e falsa applicazione degli artt. 8 e 55 del DPR n.633/1972; 1, comma 1, lett. a) del DL n.746/1983, conv. in L n.17/1984; 10 del DPR n.435/2001 e 2697 cc.

Evidenziava l’Agenzia che la società, nel periodo in esame (2001 e 2002), rivestiva la qualifica di esportatore abituale ed aveva presentato solo le dichiarazioni periodiche IVA, dalle quali emergeva un consistente volume di operazioni attive effettuate (cessioni di beni), ma non aveva presentato le dichiarazioni annuali.

L’Ufficio aveva quindi proceduto ad accertamento induttivo, rilevando a carico della società operazioni imponibili per un ammontare pari al volume di affari risultante dalle dichiarazioni periodiche.

La CTR, ad avviso dell’Agenzia, aveva quindi errato nella sua decisione, laddove, sulla scorta della qualificazione della società quale esportatore abituale, aveva ritenuto che le operazioni dichiarate dalla contribuente nelle dichiarazioni periodiche non potevano essere considerate imponibili.

La qualifica di esportatore abituale non comporta infatti che tutte le cessioni siano per ciò stesso destinate all’esportazione, poiché la non imponibilità non discende dalla qualifica soggettiva dell’imprenditore cedente, ma dalla mancanza del requisito della territorialità delle operazioni.

Sottolineava inoltre l’Agenzia che la qualifica di esportatore abituale produce effetto, invece, sulle operazioni di acquisto nazionali che lo stesso imprenditore, in virtù della citata qualifica ed alle condizioni di legge, può effettuare senza pagamento dell’imposta.

E inoltre, in assenza della dichiarazione annuale e degli adempimenti di cui all’art.10 del DPR n.435/2001, l’Ufficio non era peraltro in grado di verificare se le operazioni confluite nel volume di affari erano operazioni interne imponibili, ovvero cessioni all’esportazione non imponibili, laddove, secondo i principi in tema di onere della prova, era la contribuente a dover contrastare la ricostruzione induttiva dell’Ufficio, producendo elementi di prova concreti.

Il motivo di censura, secondo i giudici di legittimità, era fondato e andava accolto.

Come già affermato in altri precedenti giurisprudenziali, la Corte evidenzia infatti che, allorché il fisco proceda alla determinazione induttiva dei ricavi, si determina un’inversione dell’onere della prova, essendo a carico del contribuente la prova degli elementi contrari intesi a dimostrare che il reddito non è stato prodotto, o è stato prodotto in misura inferiore a quella indicata dall’ufficio (Cass. nn. 15027/14, 23115/13, 7871/12), e che, sebbene l’Amministrazione finanziaria in sede di accertamento induttivo sia tenuta a procedere alla ricostruzione della situazione reddituale complessiva del contribuente, tenendo conto anche delle componenti negative del reddito, ciò nondimeno occorre che esse siano comunque…

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