Imposta di registro e riqualificazione degli atti: novità dalla giurisprudenza (il caso della cessione di tutte le quote equiparata a cessione d'azienda)

Secondo la Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emilia, l’Agenzia delle Entrate non può richiedere ai contribuenti un’imposta di registro diversa da quella applicata agli atti, facendo riferimento agli effetti economici delle operazioni, anziché alla loro natura giuridica, ai sensi dell’art. 20 del D.P.R. 131/1986.
Ciò in quanto la normativa attualmente in vigore, così come il suo precedente art. 19 del D.P.R. n. 634 del 1972, che ha costituito la vera svolta normativa rispetto ai precedenti, evidenzia come gli atti presentati per la registrazione scontino l’imposta sulla base dei loro effetti giuridici al di là di come le parti abbiano denominato il negozio giuridico incorporato.
 
IL CASO
La Commissione Tributaria Provinciale di Reggio Emila, con sentenza del 10 luglio 2017, n. 189, ha esaminato il ricorso presentato contro un avviso di rettifica e liquidazione da parte dell’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate locale, il quale ha contestato ai fini dell’imposta di registro un’operazione di cessione totalitaria di quote.
In particolare, l’Ufficio ha tassato delle operazioni, considerate unitarie, di cessione dell’intero capitale da parte di alcuni soci, come un unico atto di cessione di azienda, con conseguente liquidazione dell’imposta di registro su base proporzionale, anziché fissa. Alla base della rettifica, l’Agenzia delle entrate ha eccepito di dover tener conto, ai sensi dell’articolo 20 del D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, della natura intrinseca dell’operazione, consistente in una cessione d’azienda, come tale tassabile con imposta proporzionale.
Considerato, inoltre, che il patrimonio della società oggetto di cessione, era costituito principalmente da beni immobili, l’Ufficio ha proceduto, non solo ad richiedere l’imposta applicabile a codesta tipologia di beni, ma anche a rettificare il loro valore contabile di bilancio, elevando il relativo importo.
Proponendo ricorso, parte contribuente ha contrastato la rettifica effettuata dall’Ufficio, sostenendo, fra l’altro, che l’articolo 20, di cui si tratta, consente, in armonia con tutto il sistema impositivo del registro, di dare rilevanza agli effetti giuridici finali degli atti, non già a quelli economici finali: sulla base della norma di cui all’articolo 20 l’Amministrazione dovrebbe limitarsi alla riqualificazione giuridica dell’atto senza poter attribuire rilievo alle vicende economiche eventualmente sottese al medesimo o a qualunque altro elemento che sia esterno rispetto all’atto registrato.
L’Agenzia delle entrate, costituendosi in giudizio, ha sostenuto che, secondo un recente indirizzo giurisprudenziale della Corte di Cassazione, l’Amministrazione ha il potere, ai fini dell’applicazione dell’imposta di registro, di dare rilievo preminente alla causa reale e alla regolazione degli interessi effettivamente perseguita dai contraenti, anche se mediante una pluralità di pattuizioni non contestuali.
I giudici emiliani hanno accolto il ricorso della parte contribuente, sostenendo che non è possibile riqualificare l’operazione come cessione di azienda, dal momento che la disposizione dettata dall’articolo 20 in esame, si riferisce espressamente agli effetti giuridici degli atti presentati per la registrazione. Tale conclusione si basa sul fatto che l’art. 20 in esame, così come il suo precedente art. 19 del D.P.R. n. 634 del 1972, è innovativo rispetto alla disposizione contenuta nell’art. 8 R.D. 3269/23 che faceva generico riferimento agli “effetti” degli atti ai fini della loro interpretazione, e ha introdotto il concetto di “effetti giuridici” distinguendo quindi quest’ultimi dagli “effetti economici” dell’atto. Il motivo della differenza è notoriamente dovuto, secondo la CTP di Reggio Emilia, alla volontà del Legislatore di porre fine al dibattito, dottrinario e giurisprudenziale, in ordine a quali tipi di effetti, se giuridici od economici, concretizzassero il presupposto d’imposta. Pertanto l’…

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