Il diritto di abitazione del coniuge superstite e gli effetti ai fini IMU

L’art. 540, comma 2, codice civile, prevede: “Al coniuge anche quando concorra con altri chiamati, sono riservati i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni. Tali diritti gravano sulla porzione disponibile e, qualora questa non sia sufficiente, per il rimanente sulla quota di riserva del coniuge ed eventualmente sulla quota riservata ai figli”.
La dottrina maggioritaria ritiene che i diritti di cui all’articolo 540 comma 2, siano gli stessi previsti e disciplinati negli articoli 1021 e seguenti, vale a dire diritti reali di godimento su cosa altrui, con opportune distinzioni.
Essi sono diretti garantire al coniuge superstite la continuità nel godimento dell’ambiente in cui viveva e svolgeva la sua vita familiare, “non é il bisogno dell’alloggio (che da questa norma riceve protezione solo in via n indiretta ed eventuale), ma altri interessi di natura non patrimoniale, quali la conservazione della memoria del coniuge scomparso, il mantenimento del tenore di vita, delle relazioni sociali e degli status symbols goduti durante il matrimonio”, pertanto, è inapplicabile l’articolo 1022 c.c., nella parte in cui regola l’ampiezza del diritto di abitazione in rapporto al bisogno dell’abitatore (Corte Costituzionale sentenza 25 maggio 1989, n. 310, richiamata in Corte di Cassazione sentenza 12 giugno 2014, n.13407).
L’art. 540 c.c. stabilisce che il diritto di abitazione del coniuge superstite viene a costituirsi sulla casa adibita a residenza familiare: essa si identifica con l’immobile in cui i coniugi (secondo la loro determinazione convenzionale, assunta in base alle esigenze di entrambi) vivevano insieme stabilmente, organizzandovi la vita domestica del gruppo familiare (Corte di Cassazione, sentenza 27 febbraio 1998 n. 2159, Corte di Cassazione, sentenza 14 marzo 2012, 4088).
Nell’ipotesi in cui la residenza familiare sia stata fissata in un immobile in comproprietà di terzi, il diritto di abitazione trova limite ed attuazione in ragione della quota di proprietà del coniuge defunto, con la conseguenza che dove, per l’indivisibilità dell’immobile non possa attuarsi il materiale distacco della porzione dell’immobile spettante e l’immobile stesso venga assegnato per intero ad altro condividente, deve farsi luogo all’attribuzione dell’equivalente monetario (Corte di Cassazione, sentenza 30 luglio 2004 n. 14594, Corte di Cassazione, sentenza 10 marzo 1987 n. 2474).
La dottrina e la giurisprudenza prevalenti ritengono che sia per il diritto di uso che per quello di abitazione si tratti di legati ex lege, i quali vengono immediatamente al coniuge superstite, secondo la regola dei legati di specie ai sensi art. 649 c.c. al momento dell’apertura della successione (Trib. Roma, sentenza 22 gennaio 2015, n. 1413, Corte di Cassazione, Corte di Cassazione, Sez. Unite, sentenza 27 febbraio 2013, n. 4847, Corte di Cassazione, sentenza 30 aprile 2012, n. 6625, Trib. Monza, sentenza 27 dicembre 2011, Corte di Cassazione, sentenza 15 maggio 2000, n. 6231, Corte di Cassazione, sentenza 10 marzo 1987, n. 2474).
Il titolo che abilita il coniuge al possesso dei beni, casa e arredi, trova giustificazione nella norma civilistica che lo attribuisce indipendentemente dalla qualità di erede (Corte di cassazione, ordinanza 27 gennaio 2016 n. 1588, Corte di Cassazione, sentenza 29 gennaio 2008, n. 1920).
Essendo quindi il loro acquisto automatico, il coniuge non perde il diritto di uso e abitazione nel caso in cui rinunzia all’eredità; egli non potrebbe essere considerato in possesso dei beni ereditari in questione, e quindi a lui non essere applicabile la norma contenuta nell’art. 485 c.c., come recentemente affermato dalla Cassazione nell’ordinanza 27 gennaio 2016 n. 1588.
Poiché l’acquisto del diritto è immediato all’apertura della successione, nel conflitto, da risolvere in base alle norme sugli effetti…

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