Cessione d'azienda mascherata da cessione di beni? Un caso di riqualificazione dell'operazione

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La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 13963 dell’8.7.2016, ha espresso interessanti considerazioni in tema di riqualificazione di un’operazione di cessione di azienda come trasferimento di singoli beni e diritti.

Nel caso di specie l’Agenzia delle entrate, facendo proprie le risultanze di un processo verbale di constatazione redatto dalla G.d.F., notificava ad una società un avviso di accertamento, con cui operava la rettifica della dichiarazione IVA relativa all’anno di imposta 2000, recuperando a tassazione l’intero corrispettivo risultante dalla scrittura privata di “cessione di ramo d’azienda commerciale“, che la società aveva sottoposto a registrazione, scontando l’imposta di registro proporzionale sul corrispettivo dichiarato, ma che la G.d.F., prima, e l’Agenzia delle entrate, dopo, avevano riqualificato come atto di trasferimento di beni e diritti, da assoggettarsi invece ad IVA.

Avverso tale avviso di accertamento, la società presentava ricorso alla Commissione Tributaria Provinciale, che annullava l’atto impositivo per decadenza dei termini di rettifica dell’atto.

La Commissione Tributaria Regionale, dinanzi alla quale proponeva appello l’Agenzia delle Entrate, confermava poi la sentenza di primo grado, ritenendo che, in virtù del principio del consolidamento del criterio impositivo, non potesse essere operata alcuna modificazione dei titoli una volta decorso, come nel caso di specie, il termine di decadenza di tre anni dal giorno di pagamento della tassa di registrazione dell’atto, previsto dal d.P.R. n. 131 del 1986, art. 76.

L’Agenzia delle entrate ricorreva quindi in Cassazione denunciando la violazione e falsa applicazione degli artt. 76 e 77 del d.P.R. n. 131 del 1986 e 57 del d.P.R. n. 633 del 1972, laddove i giudici di merito avevano equivocato sulla natura della rettifica operata dall’ufficio finanziario, che non riguardava il valore dei beni ceduti con l’atto sottoposto a registrazione (cessione di ramo di azienda), bensì il diverso accertamento dell’imponibilità ad IVA dell’operazione negoziale posta in essere dalla società contribuente, riqualificata come “mero trasferimento del diritto al subentro nell’atto di concessione dei locali di proprietà del Comune di Modena, nonché dei singoli beni individualmente considerati”, con la conseguenza che la società contribuente avrebbe dovuto emettere fattura ai sensi del d.P.R. n. 600 del 1973, art. 21, ed i termini per l’accertamento erano quelli previsti dall’art. 57 del citato decreto, prorogato dalla legge n. 289 del 2002, e non quelli più brevi previsti dal d.P.R. n. 131 del 1986, art. 76, in tema di recupero dell’imposta di registro.

Il pensiero della Cassazione

Il motivo di impugnazione, secondo i giudici di legittimità, era fondato, sulla base del quadro normativo di riferimento e del principio di diritto secondo cui il c.d. principio del consolidamento del criterio impositivo, in virtù del quale è precluso all’amministrazione finanziaria, decorso il termine previsto dall’art. 76 del d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, procedere ad una diversa qualificazione dell’atto presentato per la registrazione ed esigere di conseguenza una diversa imposta, nella specie applicato dal giudice di merito, trova applicazione solo quando, essendo pacifica l’applicabilità dell’imposta di registro, sia in discussione la misura di essa.

Quel principio non può, invece, trovare applicazione quando l’Amministrazione finanziaria contesti al contribuente di avere assolto, in relazione all’atto, un’imposta di tipo diverso da quella dovuta (cfr Cass. Sez. 5, sent. n. 1405 del 22/01/2013; id. Sez. 5, sent. n. 18764 del 05/09/2014).

Il cosiddetto principio del consolidamento del criterio impositivo, aggiunge la Corte, applicato nella fattispecie dai giudici di merito, è stato del resto elaborato riguardo alla messa in discussione del criterio estimativo di tassazione, mentre in caso d’imposizione alternativa, non può rilevare il fatto storico che…

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