Operazioni sul capitale sociale: riflessi fiscali

Aspetti generali
Il capitale sociale, garanzia per il funzionamento della società e riscontro diretto dell’influenza dei soci sulla stessa, si presenta come un’entità soggetta alle variazioni che potranno essere deliberate dall’assemblea dei soci secondo esigenze generalmente indotte dalla necessità, per l’impresa, di garantire i soci e/o i creditori e gli investitori.
Ogni variazione del capitale richiede il rispetto delle norme civilistiche ed è suscettibile di causare conseguenze fiscali per i soci, i quali detengono quote/ partecipazioni rappresentative del capitale stesso. Si tratta di mutamenti in grado di influenzare il valore delle partecipazioni (e quindi la plus o minusvalenza in caso di loro cessione), ovvero di dar luogo a distribuzioni (imponibili o anche esenti) di utili.
Riduzione del capitale in generale
Secondo l’art. 2445, c.c., la riduzione del capitale sociale di una società per azioni può aver luogo:

mediante la liberazione dei soci dall’obbligo dei versamenti ancora dovuti;

(ovvero) mediante il rimborso del capitale ai soci, nei limiti ammessi dagli artt. 2327 e 2413.

Relativamente alla prima delle due modalità, si rammenta che, per poter procedere alla costituzione di una società per azioni, è necessario, tra l’altro:

che sia interamente sottoscritto il capitale sociale (art. 2329, c. 1, n. 1, c.c.);

che siano rispettate le previsioni degli artt. 2342 e 2343 c.c., relative ai conferimenti (art. 2329, c. 1, n. 2, c.c.).

Secondo l’art. 2342, c. 2, c.c., contestualmente alla sottoscrizione dell’atto costitutivo, deve essere versato presso una banca almeno il 25% dei conferimenti in denaro (se la costituzione è fatta con atto unilaterale, il 100%).
Il rimborso del capitale, quale modalità della riduzione dello stesso, è invece soggetto ai vincoli di cui:

all’art. 2327, c.c., relativo al capitale sociale minimo per le s.p.a., corrispondente a 50.000 euro (se il capitale scende al di sotto di tale limite, potrà essere eventualmente deliberata la trasformazione in un tipo societario “inferiore”, come ad esempio la s.r.l.);

all’art. 2413, c.c., che preclude in via generale alla s.p.a. che ha emesso obbligazioni la riduzione del capitale e la distribuzione di riserve se, rispetto all’ammontare delle obbligazioni in circolazione, il limite del doppio rispetto al capitale sociale (art. 2412, co. 1, c.c.) risulta superato.

Le società in accomandita per azioni rappresentano una tipologia societaria alla quale si rendono applicabili in buona parte le norme previste in materia di società per azioni (anche in virtù del rinvio generale di cui all’unico comma dell’art. 2454 del c.c.); l’unica peculiarità, suscettibile di generare differenze nel trattamento rispetto alla s.p.a., è costituita dalla presenza di due categorie di soci, delle quali una a responsabilità illimitata. Ne consegue che tale tipologia societaria è anch’essa assoggettata alle regole dell’art. 2445, c.c.
Relativamente alle società a responsabilità limitata, la disciplina generale della riduzione del capitale è incardinata nell’art. 2482, c.c., ove è disposto che essa può aver luogo, salvo il rispetto della soglia minima del capitale stesso per tale tipologia societaria, che è di 10.000 euro (art. 2463, n. 4, c.c.), nelle stesse forme sopra individuate con riferimento alle società per azioni.
Riduzione per perdite
In generale, se il capitale sociale risulta diminuito di oltre 1/3 in conseguenza di perdite, l’art. 2446, c.c., prevede che gli amministratori o il consiglio di gestione (e, nel caso di loro inerzia, il collegio sindacale o il consiglio di sorveglianza), convochino l’assemblea per gli opportuni provvedimenti (tra i quali la predisposizione di una relazione sulla situazione patrimoniale, da sottoporre allo stesso organo assembleare).
Se la perdita non è ridotta entro l’esercizio successivo a meno di 1/3, la …

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