Operazioni inesistenti e frode carosello: la responsabilità personale del liquidatore

La CTP di Firenze, con la sentenza n. 745/4/16 del 16 Maggio 2016, ha esposto considerazioni in tema di frodi carosello che meritano di essere evidenziate.
Nel caso di specie il contribuente, con separati ricorsi poi riuniti aveva impugnato gli avvisi con cui L’Agenzia delle Entrate aveva accertato redditi diversi non dichiarati di euro 1.223.778 per l’anno 2008 e di euro 276.407 per l’anno 2009.
Gli accertamenti traevano origine da una verifica fiscale effettuata dalla GdF nei confronti di una società in provincia di Pisa, da cui era emersa l’esistenza di una frode fiscale, c.d. carosello, nell’ambito del commercio di pelli di provenienza estera, acquistate da società ”cartiere” e cedute a società “filtro”, tra cui altra società di Napoli, di cui il ricorrente era, nel periodo di esistenza della società, 28/4/2008-22/12/2009, socio unico, amministratore e poi liquidatore, e da questa cedute poi alla ad altra società, con, secondo la tesi dell’Amministrazione, funzione di secondo “filtro”, da cui infine acquistavano le concerie utilizzatrici.
Nei vari anni le società ”filtro” erano quindi state diverse e tutte caratterizzate da una brevissima vita aziendale.
Durante la verifica fiscale della Guardia di Finanze non erano state reperite scritture, registri e/o documentazione contabile obbligatorie, e la stessa aveva dunque contestato la fittizietà dei rapporti intrattenuti con la società pisana ed in particolare l’inesistenza soggettiva delle operazioni per quali erano state emesse le fatture, disconoscendo quindi la deducibilità dei relativi costi e la detraibilità dell’IVA, ex. art. 109 TUIR e art. 19 DPR 633/72, e provvedendo altresì alla comunicazione della notizia di reato all’Autorità Giudiziaria, ai sensi dell’art. 4 D.Lgs 74/2000.
L’Ufficio riteneva pertanto che la società fosse stata solo il veicolo attraverso il quale il ricorrente riusciva ad ottenere un “guadagno” illecito, corrispondente, appunto, all’IVA incassata e non versata all’Erario, accertato e classificato, a titolo di proventi illeciti, tra i redditi diversi, ex artt 6 del TUIR e art. 36 del DL 223/2006.
Il ricorrente chiede allora alla Commissione Tributaria l’annullamento degli atti impugnati per decadenza dell’azione accertatrice in violazione art. 43 DPR 600/73, per mancato invito ad un preventivo contraddittorio, in violazione art. 6 della L. 212/2000, per difetto di motivazione, in violazione art. 42 del DPR 600/73, per mancata allegazione dei pvc e infine precisava che la società in esame, a differenza di quanto ritenuto dai verificatori, esercitava effettivamente il commercio all’ingrosso di pelli, conducendo per questo in affitto un capannone industriale, con personale e attrezzature.
Inoltre il ricorrente eccepiva anche il difetto di soggettività passiva, in quanto i presunti redditi dovevano, a suo avviso, comunque essere imputati alla società, alla quale, peraltro, l’Agenzia delle Entrate aveva notificato un avviso di accertamento, richiedendo il versamento dell’IVA addebitata nelle fatture, con conseguente duplicazione dell’imposta richiesta.
L’Ufficio, nel costituirsi in giudizio, replicava che l’accertamento era tempestivo in quanto i termini di decadenza sono raddoppiati quando, come in questo caso, la violazione comporta l’obbligo di denuncia ex art 331 c.p.p., ai sensi dell’art. 43 c. 3 DPR 600/73.
Gli avvisi di accertamento erano poi stati emanati sulla base dei PVC emessi dalla Guardia di Finanza.
Nei confronti della società e del ricorrente, sottoscritti in ogni pagina dallo stesso ricorrente (legale rappresentante della società) e a lui notificati, con l’esplicita annotazione della facoltà di presentare osservazioni e richieste entro 60 giorni. Non sussisteva quindi alcuna violazione del diritto al contraddittorio, che comunque è previsto, a pena di nullità degli atti, solo in specifiche fattispecie, tra cui non rientrava la situazione di specie.
Gli avvisi erano …

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