Un caso particolare di alternatività IVA – registro

di Isabella Buscema

Pubblicato il 22 settembre 2016

il Fisco, in caso di cessione soggetta ad IVA, può indicare questa come tributo dovuto ed escludere, invece, l’imposta di registro erroneamente corrisposta dall’acquirente? Analizziamo come funziona l'alternatività fra IVA e registro

occhioerrore2Principi

Il c.d. principio del consolidamento del criterio impositivo, applicato nella fattispecie dai giudici di merito, “è stato elaborato riguardo alla messa in discussione del criterio estimativo di tassazione (TU D.P.R. n. 131 del 1986, art. 76; D.P.R. n. 634 del 1972, art. 75, R.D. n. 3269 del 1923, art. 136)”, mentre “in caso d’imposizione alternativa, non può rilevare il fatto storico che sia stato corrisposto un tributo, atteso che il contribuente ha l'obbligo di corrispondere il tributo previsto dalla legge e non quello scelto in base a considerazioni soggettivo e non a caso, del resto, sono diversi i termini per l'azione di finanza: tre anni dalla data della registrazione dell’atto, ai sensi dell'art. 76 TUR, a fronte del più ampio termine fissato al 31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione, previsto per gli accertamenti in materia di IVA dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 57”.

Pertanto, non sono violati i principi di alternatività dell'imposta1, di consolidamento del criterio impositivo e di divieto di doppia imposizione (D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 40, e del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 67) allorché l’amministrazione finanziaria, in caso di cessione soggetta ad IVA, indichi questa come tributo dovuto ed escluda, invece, l’imposta di registro erroneamente corrisposta dall’acquirente. Infatti, ai fini dell'imposta di registro, va qualificata come cessione d’azienda il trasferimento contestuale al medesimo soggetto, anche se compiuto attraverso negozi formalmente distinti, di beni idonei, nel loro complesso e nella loro interdipendenza all’esercizio dell'impresa; per contro, sarà soggetta ad IVA, e non all'imposta di registro, la cessione di singoli beni, inidonei da soli a garantire l’attività produttiva dell'impresa , dovendosi escludere decisività alla volontà delle parti o al nomen iuris attribuito all’atto posto in essere, occorrendo invece verificare se, in base agli elementi probatori disponibili, i beni complessivamente ceduti abbiano, o meno, mantenuto carattere autonomo idoneo a consentire l'esercizio dell'impresa, seppure con le integrazioni che il cessionario abbia dovuto eventualmente effettuare. Tali Principi sono stati statuiti dalla Corte di Cassazione con la sentenza del’8 luglio 2016, n. 13963.

Vicenda

Il fisco ha notificato ad una società un avviso di accertamento con cui operava la rettifica della dichiarazione IVA relativa all’anno di imposta 2000 recuperando a tassazione l’intero corrispettivo risultante dalla scrittura privata di "cessione di ramo d’azienda commerciale", autenticato nelle firme il 10 gennaio 2010, che la società aveva sottoposto a registrazione scontando l’imposta di registro proporzionale sul corrispettivo dichiarato, ma che la G.d.F., prima, e l’Agenzia delle entrate, dopo, avevano riqualificato come atto di trasferimento di beni e diritti da assoggettarsi ad IVA. Avverso il predetto avviso di accertamento, la società ha presentato ricorso al giudice di primo grado che annullava l’atto impositivo per deca