Il falso valutativo in bilancio resta reato per le Sezioni Unite

Premessa
Il tema del falso valutativo in bilancio ha nella prima parte dell’anno 2016, in particolare durante a campagna bilanci 2016, arricchito un consistente dibattito, che ha visto contrapposte due tesi: una a favore della rilevanza penale del falso valutativo e l’altra contraria alla rilevanza penale dello stesso.

Il punto di partenza dell’analisi è la modifica apportata all’art. 2621 del codice civile rubricato «False comunicazioni sociali» dalla legge n. 69 del 27 maggio 2015. Il legislatore, con la nuova norma, ha modificato la disciplina penale relativa alle false comunicazioni sociali (c.d. “falso in bilancio”), intervenendo sulle disposizioni frutto della precedente riforma di cui al D.Lgs. n. 61 dell’11 aprile 2002, disciplinante gli illeciti penali e amministrativi delle società commerciali.

Con particolare riferimento alle false comunicazioni sociali nelle società non quotate l’art. 9, comma 1, della legge di riforma, prevede ora la pena della reclusione da uno a cinque anni per “gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori” che, con dolo specifico al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o in altre comunicazioni previste dalla legge, dirette ai soci o al pubblico, consapevolmente “espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero”, ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge, sulla situazione economica, patrimoniale e finanziaria della società, “in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore”.

Il nodo centrale dell’interpretazione della presente disposizione che ha generato contrasto giurisprudenziale è rappresentato dalla riconducibilità entro l’attuale fattispecie dei falsi c.d. valutativi e, quindi, della eventuale rilevanza penale delle valutazioni scorrette inserite nelle scritture obbligatorie.

Invero, mentre la riforma del 2002 aveva modificato il testo dell’art. 2621 c.c., attribuendo rilevanza penale ai “fatti materiali non rispondenti al vero ancorché oggetto di valutazioni” prevedendo, altresì, una particolare soglia di punibilità per le “valutazioni estimative”, la riforma del 2015, eliminando l’inciso “ancorché oggetto di valutazioni”, nonché le soglie di punibilità ha aperto la strada alla rilevanza penale dei falsi valutativi contenuti nel bilancio e negli allegati.

Gli interpreti, analizzando la riforma del 2015, si sono domandati se, con riferimento al “falso valutativo”, fosse intervenuta una abolitio criminis, con effetti retroattivi relativi anche al giudicato penale ex art. 2, comma 2, c.p., oppure se si fosse trattato di una mera riformulazione lessicale tale da lasciare inalterata la tipicità della norma.

Il contrasto giurisprudenziale è stato creato da due note sentenze della Suprema Corte:

La sentenza n. 33774 del 16 giugno 2015 (sentenza Crespi che si pone a favore dell’abrogazione del falso valutativo) con la quale la Corte di Cassazione, in attuazione dei canoni generali d’interpretazione di cui all’art. 12 delle preleggi, ha inizialmente ritenuto che l’intervento espuntivo relativo all’inciso “ancorché oggetto di valutazioni” fosse da leggere come abrogazione del fatto materiale relativo alle false valutazioni.

Seguiva, a distanza di alcuni mesi, la sentenza n. 890 del 12 gennaio 2016 (sentenza Giovagnoli che invece si poneva contraria all’abrogazione del falso valutativo), con la quale la stessa Corte ha operato un netto revirement, argomentando che il sopracitato inciso, avendo “finalità ancillare, meramente esplicativa e chiarificatrice del nucleo sostanziale della proposizione principale”, nulla aggiungesse al concetto di “fatto materiale” e che pertanto tale soppressione non avesse alcun effetto abrogativo. Così facendo, i “fatti materiali rilevanti” …

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