Paradisi fiscali, black list e controlled foreign companies

In ambito internazionale l’Italia è tra i maggiori sostenitori del Progetto BEPS (Base Erosion and Profit Shifting) promosso in seno al G20, il forum dei ministri delle finanze e dei governatori delle banche centrali delle nazioni più sviluppate e realizzato dall’OECD Organisation for Economic Cooperation and Development per il contrasto all’elusione fiscale da parte delle imprese multinazionali. In tale contesto si avverte, infatti, la necessità condivisa di prevenire l’erosione delle entrate fiscali a fronte di operazioni di “aggressive tax planning”, adottando, ad esempio, trattati internazionali di scambio automatico di informazioni al fine di assicurare una maggiore trasparenza e corrispondenza tra il luogo in cui le attività economiche vengono effettuate e la relativa tassazione.
È alla luce di tali obiettivi che si sono succedute diverse novità legislative che vanno nella medesima direzione, non già quella di impedire o ostacolare i rapporti commerciali con le imprese localizzate in Stati a fiscalità privilegiata, quanto quella di contrastare la deduzione di costi inesistenti o avvantaggiarsi di tassazioni di favore.
A tale riguardo, è senza dubbio utile ripercorrere i passi normativi che via via si sono susseguiti.
La normativa concernente i rapporti tra le imprese residenti in Italia e i soggetti residenti in Paesi o territori con livelli di imposizione meno gravosi di quelli del nostro Paese è stata di recente oggetto di profonda revisione. La riforma ha toccato sia l’ambito dei rapporti commerciali con i fornitori residenti in aree di fiscalità agevolata e sia quello dei riverberi fiscali derivanti dal possesso di partecipazioni di controllo in soggetti non residenti.
Per quanto riguarda il primo aspetto delle forniture da Paesi a tenue fiscalità, l’evoluzione della normativa non ha portato ad una specifica “normazione” della fattispecie, nel senso che valgono ora in questa materia le medesime regole che governano la deduzione dei costi in ambito domestico.
Parimenti, la normativa concernente le cosiddette CFC, vale a dire le Controlled Foreign Companies partecipate controllate residenti in Paesi a fiscalità privilegiata, è stata definita avendo riguardo al criterio sostanziale del tax rate effettivamente applicabile nel Paese estero di residenza e non già al censimento o no del Paese stesso in determinate “liste”.
Di seguito è dato conto di taluni approfondimenti
BLACK LIST
La disciplina relativa alle operazioni poste in essere con i soggetti residenti nei Paesi a tenute fiscalità è stata nel 2015 oggetto di numerosi interventi legislativi che ne hanno a più riprese modificato la portata applicativa, sino a pervenire all’attuale integrale abrogazione di ogni regime speciale.
Ma andiamo per ordine.
L’art. 110 c. 10 del TUIR, nella versione precedente le modifiche effettuate dal decreto legislativo 14 settembre 2015 n. 147 (entrato in vigore il 7 ottobre 2015) stabiliva che “Non sono ammessi in deduzione le spese e gli altri componenti negativi derivanti da operazioni intercorse con imprese residenti ovvero localizzate in Stati o territori diversi da quelli individuati nella lista di cui al decreto ministeriale emanato ai sensi dell’articolo 168-bis. Tale deduzione è ammessa per le operazioni intercorse con imprese residenti o localizzate in Stati dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo inclusi nella lista di cui al citato decreto” 1. Tali disposizioni erano oggetto di disapplicazione, ai sensi del comma 11 del medesimo articolo nel caso in cui le imprese residenti in Italia fornivano la prova che le imprese estere svolgessero prevalentemente un’attività commerciale effettiva, ovvero che le operazioni poste in essere rispondessero ad un effettivo interesse economico ed avessero avuto concreta esecuzione2.
L’art. 110, c. 12, del TUIR. disponeva, inoltre, che le: “disposizioni di cui ai commi 10 e 11 non si applicano per le …

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