Se l’imprenditore non tiene le scritture contabili risponde del reato di omessa dichiarazione

La Corte di Cassazione, sezione penale, con la sentenza n. 35773, del 28 agosto 2015, ha confermato la sentenza di condanna nei confronti di un imprenditore che durante una verifica aziendale non ha presentato le scritture contabili e non ha saputo spiegare le voci di componenti negativi presenti in contabilità; per i giudici di legittimità, di conseguenza, l’imprenditore che non esibisce le scritture contabili o altro documento fiscale obbligatorio, risponde del reato di omessa dichiarazione.

 

La contestazione del reato

Un imprenditore è ricorso in Cassazione impugnando la sentenza della Corte di appello del gennaio 2015 con la quale i giudici del merito hanno confermato l’orientamento del Tribunale. Questi avevano condannato il ricorrente alla pena di mesi dieci di reclusione per il reato previsto dagli articoli

– 81 cpv. cod. pen.;

– 5 del decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74;

perché, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, nella qualità di titolare della ditta individuale, al fine di evadere le imposte sui redditi, ometteva di presentare, essendovi obbligato, le prescritte dichiarazioni annuali ai fini delle imposte relative agli anni d’imposta 2005-2006-2007, con conseguente evasione delle imposte dirette relative ai predetti anni di imposta, per un ammontare complessivo superiore a oltre 77.000 euro per ciascun anno.

 

Il ricorso dell’imprenditore

Nel ricorso in Cassazione l’imprenditore lamenta la violazione della legge penale e l’illogicità della motivazione su punti decisivi per il giudizio sul rilievo che la Corte di appello avrebbe erroneamente ritenuto superata la soglia di punibilità per ciascuno dei tre anni di imposta convalidando il contenuto dell’accertamento svolto dalla Guardia di Finanza che, tuttavia, non aveva contabilizzato alcun costo in relazione all’attività svolta dal ricorrente, con conseguente illogicità della motivazione, non essendo ipotizzabile che l’imputato avesse svolto un’attività economica senza sostenerne i costi.

 

L’orientamento della Consulta

La Corte Costituzionale, con la sentenza 8 aprile 2014 n. 80, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 10-ter, del D.Lgs. 10 marzo 2000 n. 74, nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per importi non superiori, per ciascun periodo d’imposta, a euro 103.291,38.

In sostanza per i fatti commessi entro il 17 settembre 2011, non è reato l’omesso versamento dell’IVA fino all’importo annuo di 103.291,38 euro: nel quadro normativo in vigore prima della riforma introdotta dal D.L. 138/11, convertito con modifiche dalla legge 148/11, la soglia di 50.000,00 euro stabilita dalla legge era irragionevole, poiché inferiore rispetto alle soglie di punibilità all’epoca previste per i più gravi reati di dichiarazione omessa (euro 77.468, 53) e di dichiarazione infedele (euro 103.291,38).

Per i giudici della Consulta, quindi, per i fatti precedenti al 17 settembre 2011, l’art. 10-ter del D.Lgs. 74/2000, viola il principio di uguaglianza, ed è quindi incostituzionale, nella parte in cui assoggetta l’omesso versamento dell’IVA, che sia “stata però correttamente esposta in dichiarazione, ad un trattamento deteriore rispetto a quello riservato a chi non presenti affatto la dichiarazione o ne presenti una infedele, essendo questi ultimi illeciti decisamente più gravi”.

La norma è stata, pertanto, dalla sentenza della Consulta dichiarata costituzionalmente illegittima, nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’IVA, dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per importi non superiori, per ciascun periodo di imposta, a euro 103.291,38 (soglia di punibilità oltre la quale nel regime previgente era punibile la dichiarazione infedele).

 

L’analisi e le conclusioni della Cassazione

La…

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