Estinzione della società e responsabilità tributarie di liquidatori, amministratori e soci

 

La recente sentenza n. 13259 del 26 giugno 2015 è intervenuta sulla questione della responsabilità dei soci per i debiti tributari della società in caso di estinzione del soggetto giuridico.

La cancellazione della società dal registro della imprese, pur provocando l’estinzione dell’ente debitore, non comporta dunque la sparizione dei debiti insoddisfatti che la società aveva nei riguardi dei terzi (tra cui anche l’Amministrazione Finanziaria), determinandosi un fenomeno di tipo successorio, in dipendenza del quale i soci sono gli effettivi titolari dei debiti sociali, conservando il debito originario della società nei limiti in cui abbiano ricevuto utili in base a riparto, a seguito di bilancio finale di liquidazione.

L’indirizzo della Corte è ormai in tal senso chiaro.

La sentenza è senz’altro un’occasione per fare il punto sulla spesso non chiara disciplina relativa alla responsabilità dei liquidatori e dei soci in caso di cancellazione di una società.

Partendo dalla responsabilità dei liquidatori, innanzitutto, prima di entrare nel merito del se e quando tale responsabilità sussiste, relativamente al quantum, bisogna evidenziare come tale responsabilità, secondo certa parte della giurisprudenza (Sentenza CTP Milano 26 ottobre 2011, n. 327/05/2011, sentenza n. 243 del 20 giugno 2007 della CTRi Roma, Sez. I, Sentenza n. 141 del 9 gennaio 2004 della Corte Cass., Sez. tributaria), dovrebbe riguardare soltanto l’Ires (e non, quindi, l’Iva e l’Irap).

 

L’art. 19 del D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46 specifica infatti che l’art. 36 del D.P.R. n. 602/1973 è applicabile alle sole imposte sui redditi dovute dalle società di capitali, senza possibilità di estensione analogica né ad altri comparti impositivi, né ai liquidatori delle società di persone.

Ove residuino debiti per le suddette imposte, o per altri tributi l’unica norma che, per le società di capitali, consente di ritenere responsabili i soci e i liquidatori sarebbe allora l’art. 2495 del codice civile.

Ai sensi del primo comma del citato art. 36, quindi, “I liquidatori … che non adempiono all’obbligo di pagare, con le attività della liquidazione, le imposte dovute per il periodo della liquidazione medesima e per quelli anteriori rispondono in proprio del pagamento delle imposte se soddisfano crediti di ordine inferiore a quelli tributari o assegnano beni ai soci … senza avere prima soddisfatto i crediti tributari…” (tale comma deve essere poi coordinato con il citato art. 19).

Il terzo comma prevede, poi, che “I soci … che hanno ricevuto, nel corso degli ultimi due periodi di imposta precedenti alla messa in liquidazione danaro o altri beni sociali in assegnazione dagli amministratori o hanno avuto in assegnazione beni sociali dai liquidatori durante il tempo della liquidazione, sono responsabili del pagamento delle imposte … nei limiti del valore dei beni stessi, salvo le maggiori responsabilità stabilite dal codice civile”.

Per effetto del successivo quarto comma: “Le responsabilità previste dai commi precedenti sono estese agli amministratori che hanno compiuto nel corso degli ultimi due periodi di imposta precedenti alla messa in liquidazione operazioni di liquidazione ovvero hanno occultato attività sociali anche mediante omissioni nelle scritture contabili”.

 

Riassumendo, quindi, la norma prevede tre categorie di soggetti che possono essere chiamati in causa dal Fisco:

a) i liquidatori;

b) gli amministratori;

c) i soci.

La responsabilità dei liquidatori e degli amministratori non è collegata, peraltro, ad un presupposto d’imposta espressivo di capacità contributiva, bensì ad un comportamento illecito proprio.

La Suprema Corte ha del resto più volte ribadito che l’azione di responsabilità nei confronti del liquidatore, o dell’ex amministratore, per il mancato pagamento delle imposte, non presuppone una coobbligazione nel debito tributario, ma soltanto un’obbligazione per fatto proprio; e che il fondamento di tale responsabilità si…

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