La responsabilità del consulente fiscale nel reato di falsa fatturazione del suo cliente

 
La recente sentenza della Corte di Cassazione, n. 19335 del 11 maggio 2015, ha riportato all’attenzione generale la rilevante questione della possibile responsabilità dei professionisti a titolo di concorso con il cliente nei reati tributari.
La Corte ha infatti in particolare evidenziato, nella sentenza citata, che risponde di emissione ed utilizzo di fatture false in concorso il consulente fiscale che registra tali documenti con la consapevolezza che siano riferiti ad operazioni inesistenti, potendosi desumere tale consapevolezza da alcune obiettive circostanze quali l’assenza di sedi operative adeguate della società cartiera, dal pagamento delle fatture e contestuale retrocessione del denaro, o la vendita a prezzi inferiori a quelli di acquisto.
Nel caso di specie, inoltre, il contributo del professionista alla realizzazione dei fatti criminosi emergeva anche dalla circostanza che lo stesso professionista aveva reperito due soggetti per l’acquisto delle quote societarie, al fine di sottrarre da responsabilità gli amministratori in carica al tempo.
Un soggetto “professionalmente esperto”, del resto, secondo i giudici di legittimità, ha la possibilità di ravvisare agevolmente lo scopo di frode fiscale, potendosi rendere conto che una fattura passiva si riferisce ad operazioni inesistenti e dovendo quindi concorrere con il reato commesso dal cliente.
Le suddette considerazioni acquistano inoltre rilevanza anche per il reato di autoriciclaggio, laddove la genericità della formula usata dal Legislatore provoca una forte incertezza quanto all’identificazione dei confini del rischio penale per il professionista.
E il tema si intreccia poi anche con la procedura della voluntary disclosure, in particolare per i reati “non coperti” dalla stessa voluntary, di emissione di fatture false, occultamento o distruzione di documenti, indebita compensazione o sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, laddove, per esempio, il cliente chieda suggerimenti su come evitare l’aggressione del proprio patrimonio. In tal caso il rischio di concorso risulta senz’altro elevato.
In realtà, per tali reati, il professionista sarà quindi esonerato da responsabilità solo laddove sia totalmente estraneo alla commissione ed ideazione del reato, sia da un punto di vista materiale che morale.
Mentre infatti non danno adito a responsabilità penale gli errori materiali o concettuali, per ipotizzare il concorso è sufficiente e necessaria la coscienza e volontà della commissione dell’illecito ed in particolare, come appunto ricorda anche la Corte nella sentenza in commento, la “consapevolezza” di aver dato un contributo causale, materiale o morale, alla realizzazione del reato.
In particolare la fattispecie più delicata è dunque proprio quella del concorso morale, consistente nella partecipazione del professionista alla fase ideativa del reato. Fattispecie particolarmente frequente nel campo fiscale, dove spesso il contribuente è privo di quelle competenze tecniche in grado di realizzare il piano criminoso.
Se quindi le responsabilità del professionista o del consulente possono essere affermate, in termini penalistici, il fondamento teorico non è da ricercarsi nella qualità di intraneus, quanto piuttosto, come ora conferma anche la Cassazione, nell’applicazione delle regole sul concorso di persone nel reato, destinate appunto ad attrarre nella responsabilità penale anche chi non rivesta la specifica qualità di intraneus.
Limitare la pena al solo soggetto che formalmente è inadempiente rispetto agli obblighi tributari, vista la complessità tecnica della materia, può essere infatti inadeguato.
E allora la giurisprudenza estende le regole sul concorso di persone nel reato, o sull’autore mediato…

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