Il valore tributario del giudicato penale: passaggi salienti della Sentenza; i principi espressi; i precedenti giurisprudenziali

La Corte di Cassazione, con la sentenza 10 settembre 2014, n. 19026 ha confermato che il giudicato penale va recepito criticamente nel processo tributario.
I passaggi salienti della sentenza
Indichiamo i passaggi salienti e maggiormente significati del pronunciamento in esame:

“… l’efficacia vincolante del giudicato penale nel giudizio civile o amministrativo, sancita dall’art. 654 c.p.p., è subordinata ad una duplice condizione: a) che il giudicato stesso sia fatto valere nei confronti di chi abbia partecipato al giudizio penale; b) che la legge civile non ponga limiti alla prova del diritto controverso. L’efficacia vincolante del giudicato penale non può operare, dunque, nel processo tributario, giacché in esso, da un lato, vigono limitazioni alla prova (segnatamente il divieto di prova testimoniale, sancito dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 7) e, dall’altro lato, possono valere, sul piano probatorio, anche presunzioni inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna (v. Cass. 10411/98, 2728/01, 6337/02)”;

“… la struttura e le finalità del giudizio tributario, volto ad accertare la sussistenza e l’entità dell’obbligazione tributaria, di spiccata rilevanza pubblicistica, mal si conciliano con un’efficacia vincolante del giudicato conseguito in sede penale, che può essere valutato, dunque, – ai fini del libero convincimento del giudice ex art. 116 c.p.c. solo come elemento a carattere presuntivo ed indiziario, da porsi necessariamente a confronto, peraltro, con tutti gli altri elementi probatori acquisiti in atti”;

“… nel processo tributario, anche la sentenza penale irrevocabile di assoluzione con formula piena, emessa “perché il fatto non sussiste”, non spiega automaticamente efficacia di giudicato, sebbene i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l’amministrazione finanziaria abbia proposto l’accertamento nei confronti del contribuente (Cass. 5720/07), in quanto l’imputato assolto in sede penale, anche con formula piena, per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, può essere ritenuto responsabile fiscalmente, qualora l’atto impositivo risulti fondato su validi indizi, insufficienti per un giudizio di responsabilità penale, ma adeguati, fino a prova contraria, nel giudizio tributario (Cass. 8129/2012)”;

“…il giudice, nel processo tributario, non può, pertanto, limitarsi a rilevare l’esistenza di sentenze penali in materia di reati, tributari, recependone – acriticamente – le conclusioni assolutorie o di condanna, ma è tenuto ad operare un’autonoma valutazione di dette pronunce, nel quadro complessivo degli elementi di prova acquisiti nel corso dell’intero giudizio (Cass. 10945/2005; Cass. 5720/2007; Cass. 20860/2010; Cass.19786/2011);

“… la valutazione della prova operata, ai propri fini, dal giudice penale non vincola necessariamente ed automaticamente il giudice tributario che, a differenza del primo, può utilizzare, anche in materia di disponibilità e conseguente tassabilità di proventi illeciti, valide presunzioni. In questo senso si era, d’altronde, già espressa questa Suprema Corte (Cass. n. 16176/2000; cfr. Cass. 12041/2008)”;

I principi espressi
La sentenza che si annota si pone sulla scia di precedenti pronunce che hanno tutte confermato la separazione netta tra processo tributario e processo penale.
L’autonomia del giudizio tributario rispetto a quello penale risiede nel fatto che nel primo vigono limitazioni della prova (comeil divieto di quella testimoniale ex art. 7, D.Lgs. n. 546/1992)e, sono utilizzabili anche presunzioni fiscalmente idonee ma non inidonee nel processo penale.
Ne deriva che non sussiste nessuna efficacia automatica del giudicato penale nel processo tributario, restando salva però la possibilità per il …

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