Abuso del diritto: la prova spetta all’ufficio

Si ha abuso del diritto quando l’operazione economica ha come unico scopo di eludere il fisco e non quando il vero intento è conseguire un risparmio di imposta.
L’interessante principio è contenuto nella sent. n. 19269/2014 della CTP di Roma da cui emerge che la prova incombe sull’ufficio finanziario sia del disegno elusivo che delle modalità di manipolazione e di alterazione degli schemi negoziali classici.
L’art. 37-bis del Dpr n. 600/73 recante norme antielusive, prevede che sono inopponibili all’A.F. gli atti, i fatti e i negozi diretti ad aggirare obblighi o divieti previsti dall’ordinamenti tributario e ad ottenere riduzioni di imposte o rimborsi. Il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, il quale preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali che verrebbero ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastato da alcuna norma, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un’agevolazione o un risparmio di imposta. Tale principio trova fondamento, in tema di tributi non armonizzati (nella specie, imposte sui redditi), nei principi costituzionali e non contrasta con il principio della riserva di legge (Cass. n. 19100 del 3 maggio 2013;Cass, SU n. 30055/2008).
Nel caso di specie la società ha impugnato l’accertamento con cui l’ufficio ha rettificato la dichiarazione, accertando ai fini Ires e Irap una indebita contabilizzazione di quote di ammortamento. In sostanza, secondo l’ufficio, la società ha realizzato di fatto “un’articolata organizzazione di negozi e contratti inopponibili all’amministrazione volti a generare un componente negativo di reddito totalmente deducibile (quota di ammortamento dell’avviamento) al solo ed esclusivo fine di ottenere un indebito risparmio di imposta”
I giudici tributari, richiamando consolidata giurisprudenza (cfr. Cass. n. 4604/2014), hanno …

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