Elusione fiscale e contratto simulato: non c’è sempre intento elusivo

L’amministrazione finanziaria non può contestare l’elusione fiscale sulla sola base del fatto che il contratto è simulato; al fine di poter sanzionare il contribuente (nel caso in esame si trattava di una cooperativa) deve riuscire a dimostrare che l’unico scopo è l’indebito risparmio di imposta. E’ sostanzialmente quanto affermato dalla Corte di Cassazione con la corposa sentenza n.24914, del 6 novembre 2013.
La vicenda vede contrapporsi l’Agenzia delle Entrate e una cooperativa arl in liquidazione coatta amministrativa. In riferimento ad una verifica fiscale condotta nei confronti della citata cooperativa, veniva redatto dalla Guardia di Finanza il P.V.C. con il quale si contestava , con riferimento al periodo di imposta 1998, una serie di omissioni ai fini IVA relative a prestazioni di servizio ricevute in esecuzione di contratti di soccida “dissimulanti” in realtà contratti di appalto, tra cui anche la indebita detrazione di IVA relativa a varie fatture emesse, con riferimento alla cessione di prodotti ai quali era stato attribuito un valore superiore a quello di mercato (soprafatturazione).
I giudici del merito, tuttavia, in entrambi i gradi di giudizio avevano riconosciuto la validità delle ragioni della cooperativa che si era difesa sostenendo, sostanzialmente, che non essendo i contratti di soccida simulati era infondato il rilievo contenuto nell’avviso di rettifica relativo alla omessa autofatturazione, con conseguente insussistenza anche delle violazioni tributarie contestate con il provvedimento irrogativo, che doveva, pertanto, essere annullato.
Avverso tali sentenze sfavorevoli, l’Agenzia delle Entrate è ricorsa in Cassazione.

La soccida
Sono soggetti passivi del contratto di soccida quelli che svolgono l’attività di allevamento mediante contratti agrari associativi di cui all’art. 2170 del codice civile. Nel caso di allevamenti condotti in base ad un contratto di soccida, avente le caratteristiche di cui all’art. 2170 del codice civile, possono essere considerati produttori agricoli, in quanto partecipi dell’attività di allevamento di cui si assumono i rischi in proporzione delle quote conferite, sia il soccidario che il soccidante il quale svolge in proprio l’attività di allevatore. Ne deriva che alle cessioni aventi per oggetto i frutti dell’allevamento si applica il regime agricolo di cui all’art. 34. In tale ipotesi la veste di contribuente viene assunta dal solo soccidante qualora provveda alla vendita dell’intero prodotto, ovvero anche dal soccidario per la parte di sua spettanza che venga da esso direttamente ceduta. Gli obblighi previsti dal Titolo II dell’Iva (fatturazione, registrazione, eccetera) devono essere osservati dal solo soccidante nell’ipotesi di contratto associativo con divisione dell’importo ricavato dalla vendita dei prodotti in questione e, distintamente, dal soccidante e dal soccidario nell’ipotesi di contratto associativo con divisione di tutti i prodotti dell’azienda tra i due contraenti i quali provvedono successivamente alla vendita in proprio dei prodotti loro spettanti. L’equivalente in denaro anticipato dal soccidante a titolo di ripartizione di frutti, ovvero del prezzo ricavato dalla vendita dei frutti stessi, può considerarsi come quota spettante al soccidario a titolo di assegnazione e, pertanto, non soggetta ad Iva sempre che tale alternativa sia prevista dal contratto di soccida intercorrente tra le parti. Le forniture dei mangimi, effettuate dai soccidanti ai soccidari nei limiti stabiliti dal contratto di soccida costituiscono veri e propri conferimenti del compartecipante al contratto di associazione in questione e, come tali, non sono da considerare cessioni di beni imponibili ai sensi dell’art. 2, comma 3, lettera b), del D.P.R. n. 633/1972.
La…

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