Le svalutazioni riferite ad immobilizzazioni materiali: riflessioni e recenti sviluppi nella prassi

di Giuseppe Pagani

Pubblicato il 25 gennaio 2014

analisi degli effetti contabili e fiscali della scelta di svalutazione delle immobilizzazioni: il presupposto, termini, le corrette scritture contabili, l'impatto su IRES ed IRAP, la particolare svalutazione degli immobili merce

1. Premessa

In tempi di marcata flessione economica, come quelli attuali, può essere opportuno, o talvolta necessario, ricorrere alla svalutazione di cespiti, il cui valore appaia sensibilmente ridotto, rispetto a quello risultante dall'originaria iscrizione in contabilità La persistente crisi economica, che attanaglia la gran parte dei settori economici ove operano le nostre imprese, conduce a dover infatti sovente riesaminare le risultanze contabili, con particolare riguardo ai valori storici di riferimento, inseriti in contabilità al momento di acquisizione di beni materiali durevoli, classificati tra le immobilizzazioni materiali, nel bilancio civilistico di competenza. Il presente contributo intende fornire un riferimento utile ad approfondire la tematica richiamata, con riferimento ai suoi profili civilistici e di fiscalità “corrente”.



2. I profili civilistici : la durevole perdita di valore come presupposto della svalutazione

Le svalutazioni possono avere ad oggetto, sia beni “merce” iscritti nell'attivo circolante, che cespiti facenti parte delle immobilizzazioni materiali. Se, tuttavia, nel primo caso può dirsi sufficiente la constatazione di un minor valore di realizzo alla data di chiusura del bilancio, rispetto a quello di iscrizione contabile, per le immobilizzazioni, la svalutazione dipende dalla rilevazione di una perdita durevole di valore attribuibile al cespite medesimo. Secondo il primo comma dell'articolo 2426 del codice civile, “le immobilizzazioni sono iscritte al costo di acquisto e di produzione”. Il Legislatore civilistico prosegue poi, specificando che “Nel costo d'acquisto si computano anche i costi accessori. Il costo di produzione comprende tutti i costi direttamente imputabili al prodotto. Può comprendere anche altri costi, per la quota ragionevolmente imputabile al prodotto, relativi al periodo di fabbricazione e fino al momento dal quale il bene può essere utilizzato; con gli stessi criteri possono essere aggiunti gli oneri relativi al finanziamento della fabbricazione, interna o presso terzi.”

Il costo, come sopra determinato, pur costituendo un'irrinunciabile fonte di riferimento, non è contraddistinto da granitica immutabilità : al contrario, il medesimo è suscettibile di rettifiche, riferibili al processo di ammortamento del cespite, ma anche a possibili svalutazioni, che, in determinate circostanze, sono rese obbligatorie dalle vigenti norme civilistiche. Sia il principio contabile O.I.C. n. 16, che lo IAS n°36, infatti, affermano che l'impresa deve assicurarsi che le attività patrimoniali non siano iscritte in bilancio ad un valore superiore a quello recuperabile mediante l'uso o il realizzo. La perdita di valore, rispetto all'originario valore iscritto in contabilità, sempre che abbia carattere durevole, è quindi l'elemento che costituisce il presupposto essenziale al fine di procedere alla svalutazione di un cespite. Il requisito della durevolezza nel tempo della perdita di valore, viene definito determinante, tra l'altro, dallo stesso Principio Contabile OIC n. 16, al paragrafo D XIII: quest'ultimo documento, infatti, esclude che, in sua assenza, sia possibile autorizzare la svalutazione di un'immobilizzazione materiale.



2.1 Come si determina la perdita di valore : i termini di paragone da confrontare

Le immobilizzazioni materiali destinate all'utilizzo strumentale, nell'ambito dell'attività d'impresa, sono valutate al costo, rettificato dai relativi ammortamenti. Quanto precede, sempre che una perdita durevole di valore non abbia reso necessario procedere ad operazioni di svalutazione sugli stessi beni. Ma come si perviene ad individuare la perdita di valore, nel dettaglio? A tal fine si rende necessaria l'adozione di una procedura interna, da ripetersi ogni anno, tesa ad individuare l'eventuale sussistenza del presupposto che rende obbligatorio il ricorso alla svalutazione di un'immobilizzazione. La società deve, in corrispondenza di ogni data di riferimento del bilancio annuale, verificare la presenza di indicatori che facciano intravedere difficoltà connesse al recupero del valore netto contabile poc'anzi citato. Si tratta di un mix di fattori interni ed esterni all'impresa, che si possono sintetizzare come segue :

  • diminuzioni del valore di mercato dell'immobilizzazione specifica, ovvero di un complesso di beni strettamente connessi tra loro, che include quello in esame;

  • mutamenti dell'ambiente tecnologico, di mercato, economico o legale, capaci di influssi negativi sul valore dell'immobilizzazione;

  • cambiamenti nell'utilizzo, o nello stato fisico del bene, tali da renderne evidente l'obsolescenza, o il deterioramento, e da poter così, incidere negativamente sul valore del bene;

  • evidenze interne, dalle quali si desuma che il rendimento del bene, o quello complessivamente attribuibile alla società, è inferiore alle attese;

  • nell'ipotesi di costruzione in economia dell'immobilizzazione, capitalizzazioni di costi in misura eccedente quanto inizialmente stimato, con conseguente, eccessiva, lievitazione del valore iniziale attribuito al cespite.



Nell'ipotesi in cui uno o più degli indicatori appena illustrati evidenzi una perdita di valore del bene, tale da determinare un valore netto contabile superiore a quello recuperabile, si renderà necessario procedere alla svalutazione del cespite interessato.

Con l'espressione “valore recuperabile”, si intende il maggiore tra il valore d'uso del bene, ed il suo valore di presumibile realizzo, in sede di alienazione. Per “valore d'uso” può farsi riferimento alla capacità di ammortamento, intesa come “... valore attuale dei flussi di cassa attesi nel futuro, derivanti o attribuibili alla continuazione dell'utilizzo dell'immobilizzazione, compresi quelli derivanti dallo smobilizzo della stessa, al termine della sua vita utile1”. Il valore di presumibile realizzo pare francamente più facilmente ed oggettivamente determinabile, sempre che esista un mercato attivo per un'attività, nel senso individuato dallo IAS n. 362, o, comunque, più semplicemente, che il bene venga periziato da Tecnico abilitato e competente in materia. L'ammontare ottenibile, ad esempio, per la vendita di un impianto potrebbe anche essere stimato, ad esempio, assumendo a riferimento transazioni precedenti eseguite dall'impresa medesima, o da altre operanti nello stesso settore produttivo. Pertanto, in termini operativi, andrà raffrontato il valore netto contabile con quello di presumibile realizzo in sede di alienazione, e, soltanto laddove emerga che il primo risulti maggiore del secondo, e che tale differenza abbia carattere durevole, si dovrà ricorrere ad una svalutazione. Riassumendo, pertanto, esiste una precisa prassi da seguire, che può sintetizzarsi come segue:

    • ricezione di indicazioni tali da far supporre ragionevolmente una perdita di valore imputabile ad uno o più cespiti funzionalmente collegati;

    • stima del “valore recuperabile” attribuibile al bene durevole, individuando il maggiore tra il “valore d'uso” e quello di “presumibile realizzo” conseguibile in sede di vendita dello stesso cespite

    • raffronto tra il valore netto contabile iscritto in contabilità e quello “recuperabile”, come poc'anzi definito. Laddove il primo risulti maggiore del secondo, procedere ad una svalutazione tesa ad uniformare il valore contabile a quello recuperabile.

 

Va comunque evidenziato che non è sempre necessario stimare sia il “valore d'uso” che quello di “presumibile realizzo”: viceversa, basta che una delle due entità poc'anzi citate, indifferentemente, risulti superiore al valore contabile netto, per evidenziare che il bene, non avendo subito una perdita durevole di valore, non sia suscettibile di svalutazione.

 

3. Perdita durevole di valore: rilevazione contabile

Come si è evidenziato in precedenza, qualora si manifesti una perdita durevole di valore, l'impresa deve svalutare il valore netto contabile originariamente iscritto in contabilità, rilevando un componente negativo di reddito pari al predetto d