Quando la verifica eccede il tempo massimo...

Con la sentenza n. 26732 del 29 novembre 2013 (ud. 26 settembre 2013) la Corte di Cassazione torna ad occuparsi di verifiche extratime.

IL FATTO
La parte proponeva ricorso avverso l’avviso di accertamento notificato, deducendone l’illegittimità in quanto redatto sulla base di un processo verbale non utilizzabile per violazione dell’art. 12, c. 5, dello Statuto del contribuente, essendosi i verbalizzanti soffermatisi in azienda oltre trenta giorni in mancanza di formale provvedimento di proroga della verifica.
L’adita Commissione Tributaria Provinciale, rilevato che dagli atti risultava una proroga ma che la stessa non era stata comunicata alla contribuente e ritenute fondate le eccezioni di merito, accoglieva il ricorso.
L’appello proposto avverso detta pronuncia dall’Agenzia delle Entrate veniva rigettato dalla Commissione Tributaria Regionale. I Giudici di secondo grado motivavano la decisione rilevando che il provvedimento di proroga non era motivato, non aveva data certa, oltre ad non essere stato comunicato alla contribuente.

LA SENTENZA
La Corte riconferma (v. Cass. n. 17002 del 05/10/2012 e n. 14020 del 27/06/2011), il principio già espresso secondo cui “In tema di verifiche tributarie, il termine di permanenza degli operatori civili o militari dell’Amministrazione finanziaria presso la sede del contribuente è meramente ordinatorio, in quanto nessuna disposizione lo dichiara perentorio, o stabilisce la nullità degli atti compiuti dopo il suo decorso, nè la nullità di tali atti può ricavarsi dalla ratio delle disposizioni in materia, apparendo sproporzionata la sanzione del venir meno del potere accertativo fiscale a fronte del disagio arrecato al contribuente dalla più lunga permanenza degli agenti dell’Amministrazione”.
In particolare, osserva la Corte, “detto principio è stato affermato sulla base del consolidato principio generale secondo cui i termini di conclusione del procedimento amministrativo devono, salva espressa previsione contraria, essere considerati come ordinatori e non perentori e della constatazione che gli artt. 152 e 156 c.p.c., traducono principi generali applicabili a tutti i procedimenti, salvo che per essi non sia diversamente disposto o che la norma generale non possa trovare applicazione per incompatibilità”.
La Commissione Tributaria Regionale non si è attenuta all’interpretazione della norma di riferimento come sopra illustrata, onde in accoglimento del primo motivo, ed assorbito il secondo, il ricorso viene accolto e la sentenza impugnata cassata.

Brevi note
La questione oggi affrontata era già stata esaminata nel lontano 2001, con la sentenza n. 8344, statuendo che “la violazione delle regole dell’accertamento tributario non comporta come conseguenza necessaria la inutilizzabilità degli elementi acquisiti. Si pensi al caso in cui, nel corso di una verifica fiscale, vengano acquisiti elementi determinanti ai fini dell’accertamento soltanto il trentunesimo (o sessantunesimo) giorno lavorativo dall’inizio della verifica stessa, in violazione del precetto di cui all’art.12, co. 5, della L. 27.7.2000, n .212 “. E prosegue affermando che “le conseguenze sanzionatorie ricadono direttamente sull’autore dell’illecito, sul piano disciplinare e, se del caso, sul piano della responsabilità civile e penale. Non sarebbe giusto che una prova oggettivamente ammissibile, non possa essere utilizzata a causa della negligenza di chi l’ha acquisita “.
Di recente, con la sentenza n. 3762 del 15 febbraio 2013 (ud. 4 dicembre 2012) la Corte di Cassazione è tornata sull’argomento, affermando che l’art. 12, c. 5, della L. n. 212 del 2000, “nel fissare agli operatori civili o militari dell’amministrazione finanziaria il termine (prorogabile per ulteriori trenta giorni nei casi di particolare complessit…

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