L’adesione allo scudo fiscale blocca il sequestro dei beni

L’istituto dello scudo fiscale continua ad essere oggetto di particolare attenzione da parte della giurisprudenza di legittimità. E’ illegittimo il sequestro probatorio sui conti del contribuente che ha portato all’estero dei ricavi in nero e poi ha avviato la pratica di adesione allo scudo fiscale; è quanto affermato dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza n.14089 del 26 marzo 2013, ha annullato la sentenza dei giudici del merito perché hanno fornito una generica ed elusiva spiegazione sulle obiezioni sollevate dal contribuente, in merito al citato sequestro.
 
Cenni sullo scudo fiscale
L’istituto dello scudo fiscale ha sempre avuto molti problemi applicativi nel nostro ordinamento giuridico ed è stato oggetto di diverse modifiche nel corso degli anni. L’ultima versione dello scudo fiscale contenuta nell’articolo 13-bis del D.L. 78/2009, consentiva al contribuente persona fisica, ente non commerciale, società semplice di far emergere, mediante rimpatrio o regolarizzazione, le attività finanziarie detenute all’estero, a partire da una data non successiva al 31 dicembre 2008, in violazione delle norme tributarie e di monitoraggio valutario contenute nel D.L. 28 giugno 1990, n. 167, attraverso il pagamento di una imposta straordinaria con aliquota pari al 5% correlata al valore delle suddette attività; pagamento al quale sarebbe seguita una serie di benefici di rilevante importanza.
Con la novità contenuta nell’articolo 13-bis, del decreto legge n.78/2009 (cd. Tremonti-ter), convertito con modifiche in legge 102/2009, il legislatore aveva reintrodotto il cd. scudo-ter; la norma in commento prevedeva un’imposta straordinaria sulle attività finanziarie patrimoniali detenute fuori del territorio dello Stato senza l’osservanza di quanto disposto dal decreto legge 28 giugno 1990, n.167, a condizione che, fossero detenute almeno al 31 dicembre 2008 e venissero rimpatriate (ovvero ove consentito, regolarizzate) a partire dal 15 settembre 2009 e fino al 15 aprile 2010.
In analogia al passato, come indicato dalla circolare 85/E del 1° ottobre 2001 dell’Agenzia delle Entrate erano, quindi, interessate allo scudo fiscale-ter:

le somme di denaro;

le altre attività finanziarie quali azioni quotate e non quotate,

le quote di società non rappresentate da titoli;

i titoli obbligazionari;

i certificati di massa;

le quote di partecipazione a organismi di investimento collettivo, indipendentemente dalla residenza del soggetto emittente; gli immobili;

le quote di diritti reali;

le multiproprietà;

gli oggetti preziosi;

le opere d’arte.

 
Le violazioni al monitoraggio fiscale e il quadro RW di Unico
L’accesso allo scudo fiscale era consentito unicamente nell’ipotesi in cui il contribuente avesse violato le disposizioni di cui al D.L. n. 167/1990 ovvero quelle dell’art. 3 del D.Lgs. n. 195 del 19 novembre 2008. La circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 43/E del 10 ottobre 2009 ha proposto un’analisi prendendo spunto da quella che è stata l’interpretazione consolidata in materia. È evidente che, a tali fini, il caso più ricorrente è quello degli immobili detenuti all’estero in relazione ai quali, fatto salvo l’obbligo di indicazione a prescindere dallo Stato in caso di locazione a terzi, rispetto agli adempimenti correlati al quadro RW, la differenza era da ritrovarsi nel regime di tassazione esistente nello Stato estero. Alcuni Stati, tra cui la Francia, non assoggettano a tassazione ai fini delle imposte sui redditi l’immobile detenuto a disposizione cosicché lo stesso non doveva confluire nel quadro RW in quanto non suscettibile di produrre reddito imponibile in Italia. La circolare, sul punto, afferma che le violazioni al …

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