Contabilità in nero uguale ad accertamento induttivo

Con la sentenza n. 15318 del 19 giugno 2013 (ud. 9 gennaio 2013) la Corte di Cassazione ha legittimato l’utilizzo dell’accertamento induttivo, in presenza di conti neri.
IL PROCESSO DI CASSAZIONE
La G. srl in liquidazione prepone ricorso per cassazione, sulla base di quattro motivi, illustrato con successiva memoria, nei confronti della sentenza della CTR dell’Emilia Romagna che, rigettandone l’appello, ha ritenuto legittimo l’avviso di accertamento, emesso all’esito di una verifica nel corso della quale erano state rinvenute 33 schede contabili di dipendenti retribuiti in nero, con il quale si contestava per il 1999 l’omessa dichiarazione di retribuzioni imponibili per un £ 106.415.000, e gli omessi effettuazione e versamento delle relative ritenute, nella misura di £ 29.260.500.
Secondo il giudice d’appello, infatti, non era stato dimostrato l’asserito mancato rispetto dei tempi di verifica presso la sede aziendale, il legale rappresentante della società risultava, dal processo verbale di verifica del 22 settembre 2000, essere stato invitato ad assistere alle operazioni o a farsi rappresentare da un professionista abilitato, ed aver deciso di gestire personalmente la verifica senza l’ausilio di professionisti a qualsiasi titolo; le dichiarazioni rese in sede di verifica dal legale rappresentante della società costituivano prova oggettivamente ammissibile, ed avevano trovato puntuale conferma nella documentazione acquisita, dalla quale era emersa “una contabilità parallela reale dove risultano, in nero, le operazioni effettive della quotidianità”.
 
MOTIVI DELLA DECISIONE
Per quel che qui ci interessa, nell’accertamento delle imposte sui redditi, infatti, secondo l’insegnamento di questa Corte, la contabilità in nero, costituita da appunti personali ed informazioni dell’imprenditore, rappresenta un valido elemento indiziario, dotato dei requisiti di gravità, precisione e concordanza prescritti dal D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 39 dovendo ricomprendersi tra le scritture contabili disciplinate dagli artt. 2709 c.c. e ss. tutti i documenti che registrino, in termini quantitativi o monetari, i singoli atti d’impresa, ovvero rappresentino la situazione patrimoniale dell’imprenditore ed il risultato economico dell’attività svolta. “Ne consegue che detta ‘contabilità in nero’, per il suo valore probatorio, legittima di per sè, ed a prescindere dalla sussistenza di qualsivoglia altro elemento, il ricorso all’accertamento induttivo di cui al citato art. 39, incombendo al contribuente l’onere di fornire la prova contraria, al fine di contestare l’atto impositivo notificatogli (Cass. n. 24051 del 2011, n. 25610 del 2006)”.
 
Le nostre riflessioni
La sentenza che si annota, in pratica, pone in risalto, fra l’altro, la legittimità dell’accertamento induttivo in presenza di contabilità in nero.
Sul punto vanno registrate una serie di recenti interventi giurisprudenziali di Cassazione, confermativi dell’orientamento espresso.

Con la sentenza n. 14770 del 5 luglio 2011 (ud. del 7 giugno 2011) la Corte di Cassazione aveva avuto modo di ribadire che il rinvenimento di documenti, elementi, dati e notizie non altrimenti riconducibili alle scritture contabili formalmente tenute costituisce indizio suscettibile di fondare la presunzione di maggiori redditi non dichiarati, autorizzando l’Amministrazione finanziaria alla rettifica induttiva: “il rinvenimento di una contabilità informale, tenuta su un brogliaccio (ma anche di agende-calendario, block notes, matrici di assegni, estratti di conti correnti bancari), costituisce indizio grave, preciso e concordante dell’esistenza di imponibili non riportati nella contabilità ufficiale, che legittima l’Amministrazione finanziaria a procedere ad accertamento induttivo, ai sensi dell’art. 54 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633…

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