Sul valore del giudicato penale...

Con l’Ordinanza n.11490 del 14 maggio 2013 la Corte di Cassazione ha confermato che il giudice di appello non si può limitare a respingere l’appello dell’Amministrazione finanziaria “sulla scorta della mera acritica ricezione degli esiti dei processo penale e senza chiarire in alcun modo la ragione per la quale detti esiti potessero avere rilevanza probatoria nell’alveo del procedimento relativo all’accertamento dell’obbligazione tributaria concernente l’avvenuta detrazione di costi che si assumono essere inesistenti e nulla ha detto – inoltre – con riferimento alle contestate omissioni di fatturazione di operazioni di vendita. Non par dubbio che siffatte motivazioni del provvedimento risultino apodittiche ed insufficienti a consentire a questa Corte di assolvere al dovere di controllo della coerenza logica del provvedimento giudiziale, a proposito di decisive circostanze oggetto di controversia tra le parti”.
 
Breve analisi giurisprudenziale
Il penale per giocare nel tributario va motivato. Non può, infatti, il giudice recepire acriticamente la sentenza penale, dal momento che vige il principio del doppio binario.
Sul punto segnaliamo una serie di pronunce della Corte di Cassazione.

Con la sentenza n. 3268 del 2 marzo 2012 (ud. 2 dicembre 2011) la Corte di Cassazione ha confermato che “stantel’evidenziata autonomia del giudizio tributario rispetto a quello penale(perchè nel primo, per un verso, vigono limitazioni della prova – comeil divieto di quella testimoniale D.Lgs. n. 546 del 1992, ex art. 7 -e, per altro verso, possono valere anche presunzioni inidonee afondare una pronuncia penale di condanna), anche l’eventuale giudicatopenale di assoluzione del legale rappresentante della societàcontribuente per insussistenza del reato di esposizione dielementi passivi fittizi mediante utilizzazione di fatture peroperazioni inesistenti, non sarebbe di per sè vincolante nel processotributario (v. tra le altre Cass. n. 19786 del 2011)”.

Con la sentenza n. 6624 del 23 marzo 2011 (ud. del 24 febbraio 2011) aveva già confermato l’autonomia e la diversità del giudizio penale da quello tributario. Alla luce del costante indirizzo espresso dalla Corte (sent. n. 3724 del 17/02/2010; sent. n. 2499del 06/02/2006; sent. n. 10945 del 24/05/2005) “l’efficacia vincolante del giudicato penale non opera nel processo tributario, poichè in questo, da un lato, vigono limitazioni della prova (come il divieto della prova testimoniale) e, dall’altro, possono valere anche presunzioni inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna. Il giudice tributario non può limitarsi a rilevare l’esistenza di una sentenza definitiva in materia di reati tributari, estendendone automaticamente gli effetti con riguardo all’azione accertatrice del singolo ufficio tributario, ma, nell’esercizio dei propri autonomi poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti, deve, in ogni caso, verificarne la rilevanza nell’ambito specifico in cui esso è destinato ad operare. A tale principio non risulta essersi conformata la decisione impugnata laddove sulla base della sentenza di assoluzione ha ritenuto che sia venuta a cadere l’unica motivazione posta a base dell’avviso di accertamento”.

Con la sentenza n. 26296 del 29 dicembre 2010 (ud. dell’8 novembre 2010) la Corte aveva aderito alla consolidata giurisprudenza formatasi in materia di efficacia del giudicato penale nel giudizio tributario, ai sensi dell’art. 654 del c.p.p., che ha implicitamente abrogato l’art. 12 del D.L. n. 429 del 1982, (convertito nella L. n. 516 del 1982), poi espressamente abrogato dall’art. 25 del D.Lgs. 10 marzo 2000, n. 74, (Cass. nn. 3724/2010,3724/2010, 1014/2008, 5720/2007). “In virtù di tale condivisibile giurisprudenza l&…

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