Gli effetti della cancellazione di una società

Come è noto, con la sentenza n.6070 del 12 marzo 2013, la Corte di Cassazione, a SS.UU., ha indicato le linee che contribuenti e uffici devono seguire nei casi di cancellazione delle società dal registro delle imprese, che possiamo qui così sintetizzare.

  • I debiti insoddisfatti che la società aveva nei riguardi dei terzi si trasferiscono “in capo a dei successori…, salvo i limiti di responsabilità nella medesima norma indicati”.

  • Anche nei rapporti attivi non definiti in sede di liquidazione del patrimonio sociale viene “a determinarsi un analogo meccanismo successorio”.

  • Una società non più esistente, perché cancellata dal registro delle imprese, non può validamente intraprendere una causa, nè esservi convenuta.

  • Qualora la cancellazione intervenga a causa già iniziata è inammissibile l’impugnazione proposta dalla società estinta, così come di quella proposta nei suoi confronti; nei processi in corso, anche se non siano stati interrotti per mancata dichiarazione dell’evento interruttivo da parte del difensore, la legittimazione sostanziale e processuale, attiva e passiva, si trasferisce automaticamente, ex art. 110 c.p.c., ai soci, che, per effetto della vicenda estintiva, divengono partecipi della comunione in ordine ai beni residuati dalla liquidazione o sopravvenuti alla cancellazione, e, se ritualmente evocati in giudizio, parti di questo, pur se estranei ai precedenti gradi del processo. La “perdita della capacità di stare in giudizio” è, infatti, inevitabile conseguenza della sopravvenuta estinzione dell’ente collettivo che sia parte in causa.

  • L’esigenza di stabilità del processo, che eccezionalmente ne consente la prosecuzione pur quando sia venuta meno la parte, se l’evento interruttivo non sia stato fatto constare nel modi di legge, deve considerarsi limitata al grado di giudizio in cui quell’evento è occorso, in difetto di indicazioni normative univoche che ne consentano una più ampia esplicazione. “Viceversa, è principio generale, condiviso dalla giurisprudenza di gran lunga maggioritaria, quello per cui il giudizio d’impugnazione deve sempre esser promosso da e contro i soggetti effettivamente legittimati, ovvero, come anche si usa dire, della ‘giusta parte’… Non appare davvero un onere troppo gravoso – nè tanto meno un’ingiustificata limitazione del diritto d’azione, a fronte dell’esigenza di tutelare anche i successori della controparte, che potrebbero essere ignari della pendenza giudiziaria – quello di svolgere, per chi intenda dare inizio ad un nuovo grado di giudizio, i medesimi accertamenti circa la condizione soggettiva della controparte che sono normalmente richiesti al momento introduttivo della lite. L’evento estintivo del quale qui si sta parlando, ossia la cancellazione della società dal registro delle imprese, è oggetto di pubblicità legale. Salvo impedimenti particolari (sempre in teoria possibili, ma da dimostrare di volta in volta ai fini di un’eventuale rimessione in termini), non appare quindi ammissibile che l’impugnazione provenga dalla – o sia indirizzata alla – società cancellata, e perciò non più esistente, giacchè la pubblicità legale cui l’evento estintivo è soggetto impone di ritenere che i terzi, e quindi anche le controparti processuali, ne siano a conoscenza; emergono appieno, in questo caso, le già accennate esigenze di tutela del successore che sono a base tanto dell’istituto dell’interruzione quanto del principio per cui il giudizio d’impugnazione deve esser sempre instaurato nei confronti della ‘giusta parte’, cui soltanto ormai fa capo il rapporto litigioso”.

  • Quando l’impugnazione non sia diretta nei confronti della “giusta parte“, o non provenga da essa, “l’impugnazione medesima dev’essere dichiarata inammissibile”.

 

L’ultimo intervento della Corte di Cassazione

Con la sentenza n. 8596 del 9 aprile 2013 la Corte di Cassazione torna a riaffrontare la questione, richiamando il pensiero espresso a SS.UU. (n. 6070/2013), secondo cui che…

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