Alcune riflessione sull’indeducibilità dei costi da reato

1. Premessa
Come è ben noto, il c.d. Decreto semplificazioni, approvato in data 1° marzo 2012, attraverso l’art. 8, ha introdotto specifiche e rilevanti modifiche in tema di tassazione dei redditi illeciti e di indeducibilità dei costi afferenti ad attività qualificabili come reato, aspetti disciplinati dai commi 4 e 4 bis dell’articolo 14 della Legge n. 537/1993.
La principale modifica normativa, come di seguito specificato, concerne essenzialmente il presupposto di fatto al ricorrere del quale l’Amministrazione Finanziaria è legittimata a disconoscere la deducibilità di determinate componenti negative di reddito. Infatti, nella formulazione previgente al 1° marzo 2012, il principio di indeducibilità dei costi da reato trovava applicazione in presenza di meri fatti “qualificabili”, anche potenzialmente, come illeciti di rilevanza penale e, quindi, l’istituto in rassegna operava a seguito della trasmissione alla Procura della Repubblica della notitia criminisa carico del contribuente, non essendo necessaria la formulazione da parte del Pubblico Ministero competente della conseguente ipotesi accusatoria tramite la richiesta di rinvio a giudizio, né un provvedimento di condanna.
Con l’art. 8 del decreto del 1° marzo 2012 sono state introdotte rilevanti modifiche al delineato assetto normativo poiché il disconoscimento di costi dipendenti da atti costituenti reato è stato strettamente vincolato alla sussistenza di fatti penalmente rilevanti – delitti non colposi per i quali l’Autorità Giudiziaria abbia già accertato un c.d. Fumuscommissi delicti, poiché è necessario che il pubblico ministero abbia esercitato l’azione penale o, comunque, il giudice abbia emesso il decreto che dispone il giudizio ai sensi dell’articolo 424 c.p.p. ovvero sia stata emessa una sentenza di non luogo a procedere ai sensi dell’articolo 425 c.p.p. fondata sulla sussistenza della causa di estinzione del reato prevista dall’articolo 157 del codice penale. Ex pluribus, è richiesto che vi sia una relazione diretta tra gli atti costituenti reato e le componenti negative delle quali, in virtù della normativa in analisi, ne viene disconosciuta la deducibilità ai fini delle imposte sui redditi.
Le modifiche normative alle disposizioni de quibus hanno sicuramente circoscritto l’alveo applicativo del principio di indeducibilità dei costi connessi a reati, ma, d’altra parte, hanno adeguato la concreta applicabilità del dianzi citato principio alle esigenze di tutela dei diritti del contribuente, accogliendo, altresì, alcune delle più importanti posizioni giurisprudenziali formatesi durante la vigenza della precedente formulazione del comma 4 bis dell’art. 14 della Legge n. 537/1993; infatti, a tal proposito, si ritiene sufficiente sottolineare che, a differenza del passato, la nuova disposizione di legge prevede che in caso di assoluzione in sede penale per determinati fatti in relazione ai quali si è proceduto a disconoscerne i relativi costi di produzione, compete al contribuente il rimborso delle maggiori imposte versate in relazione alla non ammissibilità in deduzione.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 190 del 4 luglio 2012, si è espressa circa la legittimità del principio di indeducibilità in analisi, soffermandosi, altresì, sulle novità normativa introdotte dal D.L. 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla L. 26 aprile 2012, n. 44. In particolare, era stata sollevata da una Commissione Tributaria una questione di legittimità costituzionale dell’art. 14, c. 4 bis della Legge n. 537/1993 fondata sui seguenti presupposti:

non è ragionevole che un prelievo tributario, per sua natura fondato sul principio di solidarietà, abbia una …

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