Falsi atti e false dichiarazioni aggravano le sanzioni penal-tributarie

I rapporti tra contribuente e Amministrazione finanziaria sono improntati al principio della collaborazione e della buona fede1. Evidentemente, i rapporti tra le parti non sempre sono stati limpidi fino al punto che il Governo tecnico in carica ha voluto metter in chiaro il peso delle posizioni in campo, farcendo la “cordialità dei rapporti ed il rispetto reciproco” con l’attribuzione di valor “penale” agli atti ed alle affermazioni che il contribunete trasmette o comunica All’amministrazione finanziaria.

Si tratta, in sostanza, della previsone dapprima contenuta nell’art. 11, comma 1, nel Decreto Legge del 6 dicembre 2011, n. 201, convertito con modificazioni, dalla legge del 22 dicembre 2011, n. 214, disposizione con la quale è stata data solennità penale alle richieste effettuate dall’Agenzia delle Entrate, o dalla Guardia di Finanza, nell’esercizio dei poteri di cui agli articoli 32 e 33 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e agli articoli 51 e 52 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1972, n. 633.

A partire, quindi, dal 6 dicembre 2011, chi esibisce o trasmette atti o documenti falsi in tutto o in parte ovvero fornisce dati e notizie non rispondenti al vero é punito ai sensi dell’articolo 76 del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445.

In particolare, la falsità penale prevista dall’art. 76 del Dpr 445/2000 è prevista per „chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso“. Lo stesso articolo, inoltre, al comma 2 fa una precisazione chiarendo che si ha falsità in atti anche all’or quando si esibisce un atto contenente dati non più rispondenti a verità.

In vero, la questione così posta ha da subito destato perpelessità, sia per la complessità con la quale tale nuova previsione andasse incastonata tra le norme tributarie sia per la gestione dei fenomeni penali scaturenti, cosi che, con l’evidente obiettivo di circoscrivere la portata della norma, in sede di conversione l’ambito di applicazione „dell’ulteriore“ azione sanzionatoria è stata confinata alle sole ipotesi ispettive o accertative il cui risultato sia annoverabile nei delitti di cui al D.Lgs. 74 del 2000, ovverosia, tutte le ipotesi di reati penali a carattere fiscale nei quali è stata rilasciata una informazione non rispondente al vero. Dal dato letterale della norma risultante dopo la conversione in legge del Decreto 201/2011, si evince, in estrema sintesi, che la falsità in atto2 avrà sempre rilevanza penale mentre le informazioni non veritiere avranno rilevanza solo al materializzarsi di un reato penal-tributario.

 

L’ambito di applicazione

I poteri azionabili dell’Amministrazione finanziaria e a cui tutti i contribuenti devono dare seguito in maniera generalizzata si annoverano per le II.DD negli artt. 32 e 33 del Dpr 600/1973, mentre ai fini dell’IVA,valgono gli artt. 51 e 52 del Dpr 633/1972. Le predette disposizioni, ancorchè coniate per imposte diverse, attribuiscono medesimi poteri agli Uffici o alla GdF e comportano uguali obblighi in capo ai contribuenti.

Stando all’assunto letterale della disposizione in commento, la sanzione prevista dall’art. 76 del DPR 445/2000, è comminata a chi “esibisce o trasmette atti o documenti falsi in tutto o in parte ovvero fornisce dati e notizie non rispondenti al vero“ che, rapportate alle disposizioni accertative testè indicate, si materializzano ogni qualvolta la falsità o la non esattezza dei dati venga fornita in sede di:

  1. inviti a comparire di persona o per mezzo di rappresentanti per fornire dati e notizie rilevanti ai fini dell’accertamento;

  2. inviti a esibire o trasmettere atti e documenti rilevanti ai fini dell’accertamento;

  3. risposta a questionari relativi a dati e notizie di carattere specifico rilevanti ai fini dell’accertamento;

  4. produzione di copie o estratti degli atti e dei documenti depositati presso i notai, i procuratori del registro, i conservatori dei registri immobiliari e…

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