Patto di famiglia: aspetti civilistici e fiscali

Torniamo sul patto di famiglia ossia su quel tipo di contratto mediante il quale è possibile trasferire la propria azienda ad altro discendente, ancora in vita, salvo disciplinare poi i conguagli a favore degli altri eredi legittimi. Analizziamo dettagliatamente le caratteristiche, gli aspetti civilistici e fiscali e i benefici di questo contratto per certi versi simile alla donazione.

Aspetti generali del patto di famiglia

patto di famiglia limiti

Nella prospettiva della facilitazione dei passaggi generazionali, il codice civile ha accolto in epoca ancora relativamente recente l’istituto del patto di famiglia.

Le disposizioni normative di riferimento sono contenute negli artt. 768-bis – 768-octies del codice, come innovato dalla legge 14.02.2006, n. 55.

In particolare, l’imprenditore può stipulare un contratto (“patto di famiglia”) mediante il quale gli è consentito trasferire, mentre è ancora in vita, la propria azienda a un determinato discendente, prevedendo conguagli a favore degli altri discendenti e di coloro che figurerebbero come eredi legittimari in una futura successione.

Della cosa si è occupato il documento del CNDCEC del 15.07.2020, di seguito esaminato con attenzione agli aspetti di maggiore rilevanza.

(Per approfondire…“Limiti e opportunità del patto di famiglia” di Ennio Vial)

 

Motivazioni del patto di famiglia

Nella lettura compiuta dal CNDCEC, il patto di famiglia appare come lo strumento ideale per “pianificare tempestivamente il passaggio generazionale dell’impresa”.

L’istituto, come osserva lo studio:

  • si pone in deroga all’ordinaria disciplina successoria prevedendo espressamente che non configura violazione del divieto dei patti successori (art. 458 c.c.);
     
  • permette di “cristallizzare” i rapporti all’epoca di stipulazione del patto e non più a quella successiva dell’apertura della successione.

 

Profili civilistici

È patto di famiglia, secondo l’art. 768-bis c.c.:

“il contratto con cui, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l’imprenditore trasferisce, in tutto o in parte, l’azienda e il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote ad uno o più discendenti”.

Si tratta quindi di un contratto tra vivi, mediante il quale si realizza, in sintesi, il passaggio generazionale anche in presenza di aziende, ovvero di partecipazioni (eventualmente in società il cui patrimonio detiene aziende).

Quanto alla forma, è prescritto che il patto debba essere concluso con atto pubblico a pena di nullità.

 

Natura del patto di famiglia

Secondo un certo orientamento manifestatosi in dottrina, si tratterebbe di un’ipotesi di donazione modale, cioè subordinata all’onere, imposto agli assegnatari, di liquidare le quote dei legittimari non assegnatari.

Tuttavia, le differenze con la donazione appaiono evidenti solo considerando che nella nozione di patto di famiglia è assente il riferimento allo spirito di liberalità.

Certo, nel trasferimento gratuito dell’azienda o degli altri beni è presente pure la “causa” di liberalità, ma accanto a una causa solutoria relativa alla liquidazione anticipata dei diritti spettanti al coniuge e ai legittimari non assegnatari.

Ma soprattutto, come viene notato nel documento in esame, la funzione economico–individuale del contratto appare orientata ad assicurare il passaggio generazionale dell’impresa e/o delle partecipazioni societarie e, pertanto, per realizzare una sorta di successione anticipata.

 

Impresa familiare

Il patto di famiglia può “andare d’accordo” con l’impresa familiare (art. 230-bis c.c.), che può vedere la collaborazione, con l’imprenditore titolare, del coniuge, dei parenti entro il terzo grado e degli affini entro il secondo grado.

In determinate ipotesi, potrebbe divenire oggetto del il trasferimento di un’impresa cui collaborino anche soggetti diversi dagli assegnatari.

Essendo previsto il generale adeguamento del patto alle regole che disciplinano l’impresa familiare in essere, il CNDCEC ritiene che ai familiari non assegnatari che continuino a collaborare nell’impresa familiare:

  • possa essere riconosciuto il diritto al mantenimento in proporzione alla qualità e alla quantità del lavoro prestato all’interno…
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