Omesso versamento IVA: il fallimento dei principali clienti assolve l'imprenditore dal reato penale

omesso versamento ivaLa Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 37089 depositata il 1° agosto 2018 ha accolto la tesi difensiva dell’imputato – a cui veniva contestato il reato di omesso versamento Iva, di cui all’art.10-ter, del D.Lgs.n.74/2000 – che aveva dimostrato l’impossibilità del versamento IVA a causa del fallimento di cinque clienti, che non avevano pagato le fatture emesse.

La sentenza

Osserva innanzitutto il Collegio che, la stessa Corte di appello ha riconosciuto che l’aspettativa del consorzio di ricevere il pagamento per le prestazioni effettuate, a fondamento dell’emissione delle fatture, era rimasta “disattesa per l’inadempimento dei principali clienti, in buona parte poi falliti” (circostanza che già il primo Giudice aveva dato per accertata, evidenziando che “è doveroso sottolineare che tali crediti – presuntivamente esigibili – portati a bilancio non sono mai stati realizzati dal Consorzio a causa di condotte inadempienti da parte dei committenti debitori, i quali, successivamente, sono stati coinvolti in fallimenti”); e ciò secondo i massimi giudici, “già ex se, parrebbe dunque condurre alla conclusione che nessuna omissione nel versamento IVA vi sarebbe stata, o al più vi sarebbe stata soltanto in parte (da verificare, peraltro, alla luce della soglia di punibilità di cui all’art. 10-ter, d. Igs. n. 74 del 2000), atteso che la creditrice non avrebbe ricevuto alcun pagamento con riguardo alle fatture in effetti emesse. Nessun pagamento della prestazione, quindi, così come nessun pagamento dell’IVA; dal quale, poi, sarebbe derivata l’assenza di un dovere di accantonamento in capo all’ente e, di fatto, l’insussistenza della condotta contestata”.

La Corte, inoltre, censura la sentenza di secondo grado nella parte in cui ha qualificato l’emissione delle fatture in esame come condotta con la quale l’imputato avrebbe continuato ad aggravare l’ingente debito tributario; “non è dato comprendere, infatti, come la doverosa emissione di fatture per prestazioni realmente effettuate, e per il relativo importo, possa esser letta nell’ottica proposta, specie quando – appena due righe sopra – la stessa sentenza ha riconosciuto che il consorzio non aveva ricevuto alcun versamento in ragione delle fatture medesime, rimaste pacificamente inevase.

E’ viziata anche la conclusione alla quale la Corte di appello è pervenuta, secondo cui la situazione di illiquidità sarebbe stata “provocata da una precisa scelta imprenditoriale“; “ancora di non agevole comprensione, infatti, risulta un argomento che lega la (si ribadisce, doverosa) emissione di fatture al dolo dell’omissione contestata, soprattutto – ancora si sottolinea – a fronte del mancato pagamento delle stesse e, pertanto, del mancato incasso dell’IVA da versare, poi, all’Erario. Quel che, all’evidenza, priva quindi di ogni rilievo il successivo argomento impiegato in sentenza, relativo al mancato storno delle fatture di cui trattasi. Di seguito, e nella medesima ottica, osserva poi la Corte che la sentenza non ha preso affatto in esame gli interventi che il ricorrente avrebbe adottato per fronteggiare la grave crisi verificatasi, richiamati nella pronuncia di primo grado; in particolare, non ha verificato se lo stesso avesse intrapreso azioni od ingiunzioni a carico dei debitori, così come se avesse impegnato il proprio patrimonio personale. Circostanze che, peraltro, il ricorrente aveva dedotto sin dal primo grado, e sostenuto con documentazione in appello, sulla quale, però, difetta ogni argomento in sentenza. Trattasi, invero, di un accertamento assai rilevante, nella verifica dell’elemento soggettivo del reato; per costante e condiviso indirizzo ermeneutico, infatti, quello per cui nel reato in esame, l’imputato può invocare la assoluta impossibilità di adempiere il debito di imposta, quale causa di esclusione della responsabilità penale, a condizione che provveda ad assolvere gli oneri di allegazione…

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