Il giudicato per vizi formali non basta

giudicato per vizi formaliPREMESSA

Il giudicato va considerato un valore imprescindibile dell’ordinamento giuridico, che si ricollega anche al principio di cui all’art. 111 Cost. in tema di giusto processo, in quanto funge da presidio essenziale per la sua ragionevole durata. Il giudicato rappresenta l’aspetto terminale della vicenda processuale (che è evidentemente destinato a produrre effetti sul piano sostanziale) a cui viene assegnato valore vincolante ed immutabile.

L’assegnazione di un valore stabile al giudicato corrisponde innanzitutto all’interesse generale e superiore della giustizia, oltre che a quello precipuo delle parti in causa, e comunque dà attuazione ad una serie di principi di diretta derivazione costituzionale (artt. 24 e 111 Cost.).

La cosa giudicata è l’affermazione indiscutibile di una volontà concreta di legge che riconosce o disconosce un bene della vita ad una delle parti; essa è l’esistenza di una volontà di legge nel caso concreto.

La cosa giudicata non è altro che il bene della vita riconosciuto o disconosciuto dal giudice con sentenza, la quale materialmente si compone del dispositivo e della motivazione.

Esso consente di dare effettiva applicazione al principio del giusto processo, assegnando stabilità, certezza, rapidità e coerenza agli accertamenti giudiziali, aspetti imprescindibili nell’esercizio di una dignitosa funzione giurisdizionale.

Il giudicato dà attuazione alla regola del ne bis in idem, secondo la quale, da un lato, ogni giudice non può giudicare una lite già definita (funzione negativa del giudicato) e, dall’altro lato, il giudice di una controversia connessa o logicamente dipendente da un’altra decisione passata in giudicato non può giudicare sui fatti già decisi, ma deve assumere questi fatti come presupposto per la sua decisione (funzione positiva del giudicato).

Il giudicato, quindi, oltre a garantire la certezza del diritto, consente anche di realizzare il principio di economia processuale che è proprio di ogni sistema giurisdizionale.

Il giudicato non deve essere incluso nel fatto, ma è da assimilarsi, per natura ed effetti, agli elementi normativi: l’interpretazione del giudicato deve essere quindi considerata alla stregua dell’interpretazione di norme e non di fatti, negozi o atti giuridici.

VIZIO FORMALE

La sentenza definitiva con la quale il giudice tributario annulla un avviso di accertamento, non impedisce al fisco di rinotificare un nuovo atto, entro il termine di decadenza, eliminando il vizio contestato dal contribuente.

A patto che si tratti di un vizio formale (es. difetto di motivazione) e non di merito.

Il vizio di motivazione dell’atto impositivo è un vizio di forma e non di sostanza.

In effetti, la regola del giudicato di cui all’articolo 2909 del codice civile, non impedisce che l’amministrazione pubblica eserciti ex novo il suo potere emettendo un altro atto, «emendato del difetto».

Si deve trattare, però, di un vizio formale e non sostanziale.

Il principio del giudicato ai sensi dell’art. 2909 c.c., impedisce che abbiano a farsi valere gli effetti di un atto annullato; esso non impedisce, che l’Ente impositore abbia ad esercitare ex novo il suo potere nell’emettere altro atto, emendato del difetto.

Il  giudicato d’annullamento dell’atto impositivo non elimina in radice (rectius: consuma) il potere del fisco qualora l’annullamento stesso sia avvenuto per vizi formali(es. aliquota), attinenti  alla  mancanza di presupposti legali; in tal caso, il fisco è tenuto a riesercitare il potere, nei limiti di decadenza previsti dall’ordinamento, evitando la riproduzione del vizio stesso che ha determinato l’uso scorretto del potere, senza richiedere  una pretesa impositiva  maggiore di quella richiesta col primo atto annullato dalla Ct.

D’altra parte, la natura estrinseca del controllo demandato all’ufficio non può comportare il mancato rispetto dei principi costituzionali di capacità contributiva e di buona…

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