Presupposti di legittimità delle indagini finanziarie

L’utilizzazione dei dati risultanti dalle copie di conti correnti bancari non può ritenersi limitata, in caso di società di capitali, ai conti formalmente intestati all’ente, ma riguarda anche quelli formalmente intestati ai soci, amministratori o procuratori generali, o loro familiari, allorché, in assenza di prova contraria, risulti dimostrata dall’Amministrazione finanziaria, anche tramite presunzioni, la natura fittizia dell’intestazione.  

La Corte di Cassazione, con l’Ordinanza n. 15875 del 15/06/2018, ha chiarito quali sono i presupposti di legittimità delle indagini finanziarie e quali i casi in cui è legittimo estendere l’indagine dai conti dei soci (o loro familiari) a quelli della società.

Nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per la cassazione della sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Sicilia, che, nell’ambito di una controversia avente ad oggetto l’impugnazione di un avviso di accertamento, che determinava maggiori ricavi (per milioni di euro), confermava l’annullamento dell’atto impositivo.

Il giudice d’appello, dopo la premessa che l’accertamento era stato compiuto ai sensi dell’art. 32, d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, aveva infatti ritenuto infondata la pretesa dell’Ufficio, in quanto:

  1. l’attività di controllo (svoltasi in due distinte fasi, nel 2000 e nel 2001) era stata generica, non essendo stato compiuto alcun riscontro, nella contabilità, tra gli importi rilevati e quelli contabilizzati;
  2. non era stato mosso alcun rilievo alla società verificata in merito alla tenuta della contabilità ordinaria;
  3. la documentazione riguardante i conti correnti bancari consentiva di evincere l‘estraneità alla società delle operazioni sul conto corrente intestato al padre del legale rappresentante, «soggetto estraneo al contribuente»;
  4. l’Ufficio non aveva dato prova dell’intestazione fittizia dei conti correnti a quest’ultimo, che neppure era socio della società;
  5. l’Amministrazione finanziaria si era avvalsa della presunzione legale derivante dall’utilizzazione dei dati bancari, senza però dimostrare, in giudizio, che i contestati movimenti di conto corrente fossero in effetti attribuibili alla Società verificata.

L’Amministrazione finanziaria, deduceva quindi che la CTR non aveva dato conto delle ragioni poste a base del proprio convincimento, essendosi limitata a recepire, in modo acritico, le argomentazioni della società, senza considerare che quest’ultima non aveva fornito alcuna spiegazione sui movimenti dei conti bancari e che si era semplicemente giustificata asserendo di non avere reperito la documentazione necessaria.

La sentenza impugnata non aveva pertanto tenuto conto che l’ordinamento tributario, con presunzione legale, pone in relazione gli accrediti e gli addebiti sui conti correnti bancari con il reddito imponibile dell’impresa, salva la dettagliata prova del contrario, da parte del contribuente, consentita anche in sede contenziosa.

L’Agenzia sosteneva, infine, la legittimità dell’estensione dell’indagine al padre del rappresentante legale, quale soggetto «terzo», ossia non direttamente interessato all’attività di controllo, anche considerato che questi, durante l’accertamento fiscale, si era qualificato come preposto, delegato dall’amministratore a parteciparvi.

Il ricorso, secondo la Suprema Corte, era fondato.

Il nucleo logico del processo decisionale della CTR, evidenziano i giudici di legittimità, consisteva infatti nell’escludere che l’Ufficio avesse fornito la prova che le operazioni, eseguite dal padre del rappresentante legale della società sui propri conti correnti, fossero riferibili alla società contribuente, oggetto di verifica.

Tale asserzione, in sé generica e apodittica, ad avviso della Corte, si poneva però in contrasto con il precetto dell’art. 32 cit. e, inoltre, tradiva un’incolmabile lacuna dell’appartato argomentativo della sentenza.

I giudici richiamano quindi il consolidato…

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