La Corte Costituzionale boccia l’inammissibilità dell’opposizione all’esecuzione in materia tributaria

 

La Corte Costituzionale, su istanza del Tribunale di Sulmona e di Trieste, è stata chiamata a decidere sulla legittimità dell’art. dell’art. 57, comma 1, lettera a), decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, nella parte in cui non ammetteva l’opposizione ex art. 615 c.p.c., fatta eccezione per la pignorabilità dei beni.

Nello specifico, l’opposizione all’esecuzione si pone nell’ordinamento come “un incidente” nel processo esecutivo, che dà luogo ad un autonomo giudizio in cui si contesta il diritto della parte istante ad agire in executivis, l’esistenza o la persistenza del titolo esecutivo, l’idoneità soggettiva del titolo esecutivo e l’ammissibilità giuridica della realizzazione coattiva del credito.

Con la sentenza n. 114, rigettate le questioni sollevate dal Tribunale di Sulmona, la Corte Costituzionale procede ad un esame molto dettagliato dei rapporti intercorrenti tra la norma oggetto di censura e l’art. 19, decreto legislativo 31 dicembre 1992 n. 546, arrivando alla conclusione che quest’ultima norma assicura solo in parte una continuità nella tutela giurisdizionale poiché non ricomprende quei casi dove la fattispecie sia fuori dall’area della giurisdizione del giudice tributario, essendo già iniziata l’esecuzione, e da cui rimane comunque preclusa quella innanzi al Tribunale data la formulazione tranciante dell’art. 57, Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602, fatta eccezione per la pignorabilità dei beni.

L’opposizione all’esecuzione ex art. 615 c.p.c. risultava infatti inammissibile, anche dove la fattispecie fosse fuori dall’area della giurisdizione del Giudice Tributario, e non fosse quindi ammissibile il ricorso ex art. 19, decreto legislativo 31 dicembre 1992 n. 546.

Il caso posto all’attenzione del Tribunale di Trieste ben lo dimostrava: nell’ipotesi di pignoramento presso ex art.72 bis, decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602 l’opponente aveva eccepito la temporanea inidoneità del titolo a legittimare la riscossione in ragione della moratoria di 120 giorni, introdotta dall’art. 7, comma 1, lettera m), del decreto-legge n. 70 del 2011, avendo, nel contempo, impugnato la cartella innanzi al Giudice Tributario.

La giurisdizione, in questo caso, era senza dubbio del Giudice Ordinario riguardando il giudizio atti dell’esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento, ed essendo la contestazione relativa al diritto di procedere alla riscossione, l’azione non poteva non essere ricondotta se non all’opposizione all’esecuzione di cui all’art. 615 c.p.c.

Come la stessa Corte riconosce in sentenza vi sono anche altre evenienze che si collocano a valle della notifica della cartella di pagamento, in cui la doglianza del contribuente è diretta a contestare il diritto di procedere a riscossione coattiva e non già la mera regolarità formale della procedura: l’intervenuto pagamento del debito tributario o una sopravvenuta causa di estinzione dello stesso per essersi il contribuente avvalso di misure di favore per l’eliminazione del contenzioso tributario, quale, ad esempio, la “rottamazione” ex art. 6, decreto-legge 22 ottobre 2016, n. 193.

In questi casi, dovendosi correttamente esperire un opposizione all’esecuzione ex art.615 c.p.c. “c’è una carenza di tutela giurisdizionale perché il censurato art. 57 non ammette siffatta opposizione innanzi al giudice dell’esecuzione e non sarebbe possibile il ricorso al giudice tributario perché, in tesi, carente di giurisdizione”.

La particolare natura dei crediti tributari, che godono tra l’altro di una speciale procedura di riscossione coattiva non è comunque tale da giustificare che, nelle ipotesi in cui il contribuente contesti il diritto di procedere a riscossione coattiva e sussista la giurisdizione del Giudice Ordinario, non vi sia una risposta di giustizia se non dopo la chiusura…

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