Studi di settore, contraddittorio obbligatorio

La procedura di accertamento basata sull’applicazione dei parametri o studi di settore nasce solo in esito al contraddittorio da attivare in modo obbligatorio con il contribuente, pena la nullità dell’accertamento.
L’ufficio finanziario deve dimostrare l’applicabilità dello standard prescelto al caso oggetto dell’accertamento, mentre al contribuente fa carico la prova dell’esistenza di condizioni che escludono l’impresa dall’area dei soggetti a cui sono applicabili gli standard (Cass. n. 8918/2018).
Gli studi di settore, introdotti nel 1993, sono indici rilevatori di una possibile anomalia della condotta fiscale, derivante dallo scostamento delle dichiarazioni dei redditi del contribuente relative all’ammontare dei ricavi o dei compensi rispetto a quello che l’elaborazione statistica fissa come il livello “normale” in riferimento all’attività svolta.
Essi, identificabili come uno strumento diretto a valutare la capacità di produrre ricavi o conseguire compensi dalle varie attività economiche, sono realizzati tramite la raccolta sistematica di dati: sia quelli di natura fiscale, che dati “strutturali” che caratterizzano l’attività e il contesto economico in cui questa si svolge.
I parametri elaborati con gli studi di settore consentono, quindi, di valutare i ricavi o i compensi che possono imputarsi al contribuente attraverso analisi economiche e tecniche statistico-matematiche.
Il legislatore aveva previsto la sostituzione degli studi di settore entro la fine del 2017 con i sostituiti nuovi indicatori di affidabilità (ISA), ma almeno per l’anno in corso si farà ancora ricorso agli studi di settore in quanto un apposito emendamento alla legge di Bilancio per il 2018 (n. 77.115 VI Commissione Finanze Camera – comma 513-bis) ha rinviato l’applicazione dei nuovi indicatori al 2019, per l’anno di imposta 2018.
Nella fattispecie il contribuente ha impugnato l’avviso di accertamento per l’anno 2003 con cui gli veniva attribuito, sulla base degli studi di settore di categoria, un maggior reddito imponibile, accolto in primo grado. La CTR ha accolto in parte l’appello dell’ufficio procedendo a quantificare il presunto maggior redito in misura ridotta. Il contribuente ha proposto ricorso per cassazione eccependo un uso decontestualizzato degli studi di settore per il caso concreto, senza valutare il modesto tenore di vita.
La Corte ha affermato che la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante applicazione di parametri o studi di settore rappresenta un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è ex lege determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards”, ma sorge solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente con il contribuente, pena la nullità dell’accertamento
Ai fini dell’onere della prova, l’ufficio deve dimostrare l’applicabilità dello standard prescelto alla fattispecie oggetto dell’accertamento; al contribuente, che può far ricorso anche a presunzioni semplici, fa carico la prova della sussistenza di condizioni che giustificano l’esclusione della sua impresa dai soggetti a cui possono essere applicati gli standard.
I giudici di legittimità hanno ritenuto corretta la condotta dell’Agenzia delle entrate che ha attivato il contraddittorio con il contribuente, ritenendo comunque insufficienti le spiegazioni fornite da quest’ultimo.
L’efficacia di presunzione qualificata non è integrata dal mero scostamento dei ricavi dichiarati desumibili dagli studi di settore, ma si forma in seno al contraddittorio con il contribuente, nel corso del quale si verifica l’applicabilità del parametro presuntivo al caso specifico, con obbligo dell’Ufficio di motivare adeguatamente l’accertamento anche valutando le giustificazioni del contribuente circa il divario tra i ricavi “normali” e i ricavi “dichiarati”.
Pertanto il contribuente in sede di …

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