Cessioni all'esportazione: i presupposti per l'esenzione IVA

La Commissione Tributaria Provinciale di Firenze, con la sentenza n. 82/5/17 del 19.1.2017, ha deciso in merito ad un caso in tema di cessioni all’esportazione.
Nella controversia in esame la società ricorreva avverso gli avvisi di accertamento emessi dalla Agenzia delle Entrate per gli anni 2011, 2012, 2013, poi riuniti per connessione oggettiva e soggettiva su richiesta delle parti.
L’Agenzia delle Dogane, al termine di una verifica, aveva rilevato infatti sostanziali irregolarità per gli anni suddetti nelle fatturazioni riguardanti esportazioni verso Russia e Ucraina in regime di esenzione IVA, in quanto cessioni alla esportazione e quindi non imponibili ex art 8 del DPR 633/72.
In particolare era stata rilevata l’assoluta mancanza di documentazione doganale idonea a provare l’effettiva uscita delle merci dal territorio nazionale.
La società evidenziava allora che, nel termine dei 90 giorni dalla consegna, aveva richiesto agli spedizionieri incaricati dal cessionario non residente la documentazione comprovante l’uscita della merce dal territorio nazionale e cioé l’invio della bolletta con il timbro doganale “visto uscire”.
La stessa società evidenziava inoltre che aveva poi controllato in via telematica, con esito positivo, il numero MRN di tracciamento di movimenti di esportazione o transito e che comunque non aveva alcuna possibilità di verificare le anomalie riscontrate dall’Amministrazione Finanziaria.
Era quindi a suo avviso inesatta l’affermazione della “completa assenza di documentazione doganale idonea a provare l’effettiva uscita delle merci dal territorio doganale della comunità”.
La società riteneva quindi di aver dimostrato di essersi attivata nel tempo, per quanto di sua possibilità, ad accertare la regolarità della documentazione prodotta, dimostrando così la sua buona fede.
In diritto poi il ricorrente evidenziava che le esportazioni contestate erano tutte esportazioni “indirette”, cioè curate direttamente dal cessionario non residente ed effettuate da un vettore per suo conto, con la clausola “franco fabbrica o EXW” e con bollette doganali cumulative.
Il ricorrente sosteneva inoltre che la prova dell’avvenuta esportazione, secondo la stessa Agenzia delle Entrate, Circolare 12 giugno 2002 n. 50/E, viene data dalla fattura “Vistata dalla Dogana di uscita dalla Comunità Europea”.
E nel caso di specie l’intestatario della bolletta di esportazione era lo spedizioniere e l’esemplare 3 del DAU (Documento amministrativo unico) costituiva la dichiarazione doganale, laddove l’attestazione poteva essere apposta dall’ufficio doganale anche sulla fotocopia del DAU con allegata la distinta di carico.
Con l’introduzione del nuovo sistema doganale di controllo delle esportazioni e l’introduzione della dichiarazione doganale di esportazione in formato elettronica, del resto, evidenziava ancora il ricorrente, l’esemplare cartaceo n. 3 del DAU è stato sostituito dal DAE (documento amministrativo elettronico), sul quale viene riportato il codice MRN (moviment reference number), laddove il “visto uscire” e dunque il documento e numero che accompagna la merce alla dogana d’uscita della UE è sostituito dal messaggio elettronico della dogana di uscita, detto “risultato di uscita” a cui segue il un messaggio di uscita delle merci detto “notifica di esportazione”, che viene inviato al dichiarante.
Quindi, concludeva il ricorrente, la prova dell’uscita delle merci era rappresentata, a tutti gli effetti di legge, dal messaggio elettronico della dogana di uscita, laddove i corrieri che assumono la qualifica di esportatore/speditore sono di fatto gli intestatari delle dichiarazioni, e si occupano poi di inviare all’esportatore una comunicazione (elettronica) contenente il numero del MRN, al fine della verifica sul portale dell’Agenzia delle Dogane.
E in caso di documenti cartacei la Società aveva potuto solo verificare l’esattezza formale del documento, non potendo associare direttamente le …

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