Accertamento induttivo IVA: come esercitare la rivalsa sul cessionario

L’art. 60, comma 7 del D.P.R. n. 633/1972 consente ai contribuenti che hanno subito un accertamento IVA di esercitare la rivalsa, sia pure tardivamente. Ciò al fine di non rimanere incisi dal tributo nel rispetto del principio di neutralità che caratterizza l’imposta sul valore aggiunto (detta in altri termini: farsi dare i soldi dell’IVA dai clienti).
La possibilità di esercitare la rivalsa in caso di accertamento è stata introdotta dall’art. 93 del D.L. n. 1/2012 al fine di evitare l’apertura di un procedimento di infrazione da parte della UE. Tuttavia tale rischio non è stato completamente scongiurato.
Le difficoltà interpretative trovano origine dall’art. 17 del D.P.R. n. 633/1972 il quale prevede che l’Iva “è dovuta dai soggetti che effettuano le cessioni di beni e le prestazioni di servizi imponibili, i quali devono versarla all’erario cumulativamente per tutte le operazioni effettuate e al netto della detrazione prevista dall’art. 19 nei modi e nei termini stabiliti dal titolo secondo”. Si tratta, quindi, di un’imposta su singole operazioni imponibili liquidata, però, per masse. Tuttavia, deve essere osservato, come l’atto di rettifica o di accertamento possa anche non riguardare la singola operazione.
E’ necessario quindi comprendere come sia possibile, in tale ipotesi, per il contribuente, esercitare la rivalsa. Infatti, deve essere individuato il cessionario o il committente che se da una parte riceve la richiesta di addebito del cedente, dall’altra può considerare in detrazione il tributo oggetto di accertamento.
I dubbi sono stati superati dall’Agenzia delle entrate con una soluzione negativa. L’Amministrazione finanziaria ha precisato che la norma presuppone la riferibilità dell’imposta accertata a specifiche operazioni e la conoscibilità del cessionario/committente. La disposizione non può quindi essere applicata in caso di accertamento induttivo (Ris. Agenzia delle entrate n. 35/E del 17 dicembre …

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