La rinunzia all'eredità e pretese del Fisco

1. Nozione e forma della rinunzia all’eredità
La rinunzia all’eredità, di cui all’art. 519 c.c., è un negozio giuridico unilaterale, non recettizio, di natura personale mediante il quale il chiamato all’eredità manifesta la propria volontà di non acquisire quanto gli spetterebbe1 . Si tratta di un negozio solenne, per il quale è richiesta ad substantiam la forma dell’atto pubblico nonché, ai fini della sua opponibilità ai terzi, l’inserzione dell’atto nel registro delle successioni; ne consegue la nullità di ogni dichiarazione rilasciata a soggetti non indicati dalla norma o ad un cancelliere incompetente.
Oggetto della rinuncia non è quindi l’acquisita eredità (poiché la qualità di erede, una volta acquisita, non può essere dismessa), ma il diritto (oggetto della disciplina dettata dagli art. 459 c.c. e ss.) ad acquisire l’eredità mediante l’accettazione. La stessa eredità, prima dell’accettazione, non può essere nella titolarità del chiamato, sortendo la conseguenza che la rinunzia all’eredità da parte di questi, in pratica, lo rende estraneo al procedimento successorio e privo di tutti poteri che qualificano la sua posizione giuridica in termini di chiamato. Inoltre, la circostanza che il rinunziante venga considerato come mai chiamato alla successione, e non più annoverabile tra i successibili, denota che la rinunzia agisce retroattivamente2.
2. Gli effetti della rinunzia, i termini ad essa relativi e l’accettazione tacita dell’eredità
Il rinunziante perde ab origine la qualifica di erede, e dunque deve essere considerato con effetti retroattivi come se non fosse mai stato chiamato all’eredità (Cass. civ., n. 2434/1987; Trib. Roma 26 giugno 1999). Conseguentemente tale soggetto diviene estraneo alle obbligazioni e ai debiti contratti dal de cuius , tant’è che è in questo ambito stato rilevato il difetto di legittimazione passiva nel giudizio di responsabilità amministrativa3 nonché la carenza di interesse a sollevare eccezioni in ordine alla validità del testamento (Trib. Roma 21 settembre 2006).
La dichiarazione di rinunzia può essere validamente effettuata solo dopo l’apertura della successione, in quanto una rinunzia precedente integrerebbe un patto successorio nullo e, a fronte del silenzio della legge, si è costantemente ritenuto che il diritto di rinunzia si prescriva nello stesso termine decennale previsto per l’accettazione dell’eredità; tale regola non è tuttavia esente da eccezioni: è il caso in cui il chiamato, che sia in possesso dei beni ereditari (non necessariamente riferibile all’intera eredità), non compie nel prescritto termine di tre mesi l’inventario o, pur avendolo compiuto, non dichiari di accettare l’eredità con beneficio d’inventario nei quaranta giorni successivi; in tal contesto ed in virtù dell’art. 485 c.c., l’eredità si considera accettata puramente e semplicemente e il chiamato dunque, divenuto erede, non può più validamente dichiarare di voler rinunziare all’eredità4.
L’inefficacia della dichiarazione di rinunzia può derivare anche solo dall’accettazione tacita dell’eredità stessa; questo in ragione del fatto che l’esercizio della facoltà di rinunzia è precluso da tale (eventuale) pregressa forma di accettazione, la quale si verifica, ex art. 476 c.c., quando il chiamato compie un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede, cioè in presenza e per effetto di una condotta che non ammetta altra interpretazione logica all’infuori della intenzione di assumere effettivamente la qualità di erede
L’estromissione del soggetto rinunziante dal procedimento successorio non è definitiva e totale potendo l’interessato interporre la revoca della rinunzia. La norma di riferimento per tale tipo di atto è l’art. 525 c.c. e le disposizioni ivi contenute indicano come la revoca sia subordinata alla …

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