Cessione di partecipazioni sociali al valore nominale

di Fabio Carrirolo

Pubblicato il 3 aprile 2017

esaminiamo i presupposti e le condizioni di applicazione della possibilità di rideterminazione presuntiva del valore delle partecipazioni cedute per far emergere plusvalenze in capo al cedente: in questo articolo vediamo un classico caso in cui il fisco contesta che il valore indicato in atto di cessione di quota di SRL non è reale rispetto al valore effettivo e presunto delle quote compravendute

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L’attività di accertamento può procedere, come è noto, a vasto raggio anche attraverso modalità presuntive finalizzate alla ricostruzione di basi imponibili che verosimilmente si nascondono dietro comportamenti intesi a produrre una minor tassazione.

In particolare, le plusvalenze generate dalla cessione di partecipazioni (nel caso di specie da parte di persone fisiche) possono venire “ridotte” se alle quote cedute non è attribuito un valore corrispondente a quello “normale”, ossia, in termini generici, al valore di mercato. Il fisco è abilitato a disconoscere e a ricalcolare il valore di cessione, e quindi a rideterminare la plusvalenza, secondo un modus operandi avvalorato dalla giurisprudenza.

Il presente contributo intende esaminare i presupposti e le condizioni di applicazione di questa regola della “rideterminazione presuntiva” alla luce di un contenzioso che ha visto dapprima soccombere il fisco in CTR e ha poi “registrato” il rinvio della sentenza d’appello alla commissione regionale (sentenza della Corte di Cassazione n. 23498 del 18.11.2016). La Cassazione ha di fatto condiviso l’operato dell’ufficio fiscale, che aveva rettificato le plusvalenze derivanti dalla cessione delle partecipazioni sulla base del presunto valore effettivo delle azioni o quote cedute.

Il caso

La fattispecie dalla quale trae origine il contenzioso è relativa a una cessione di quote avvenuta nel 1998.

Le partecipazioni cedute, in una S.r.l. detentrice di marchi industriali piuttosto famosi, avevano un valore nominale relativamente modesto, a fronte di un valore “periziato” di molte grandezze superiore.

In particolare, il valore nominale era di 99 milioni di lire (= euro 51.129,23), mentre esistevano studi che valutavano i marchi in 247 milioni di lire e perizie successive che stimavano i valori degli stessi tra i 115 e i 215 milioni di euro.

Nelle due sentenze di merito erano state riconosciute le ragioni delle parti cedenti, secondo le quali gli accertamenti si fondavano su fatti (l’identificazione del valore dei marchi con quello della società) non idonei a fondare l’accertamento presuntivo di un maggior reddito.

Scostamento tra i valori

Come sopra anticipato, l’attività di accertamento aveva preso le mosse dalla riconosciuta forte difformità tra i valori “normale” e nominale delle quote cedute, fatta emergere dalla documentazione rinvenuta dai verificatori nel 2004 (uno studio fondato